Recensioni Varie

Twin Peaks, il grande ritorno

Twin Peaks non è un semplice telefilm. A parer di chi vi scrive è molto altro, si tratta di un vero e proprio prodotto pioneristico. Se guardiamo al successo di serie più recenti come True Detective, possiamo comprendere come ciò sia in parte dovuto proprio a Twin Peaks, in quanto serie tv che ha “fatto scuola”. Per comprendere il fatto che non sia una serie qualunque basta dire che la sua paternità non appartiene ad un anonimo regista che non è riuscito a sfondare nel mondo cinema, ma nientemeno che al maestro David Lynch, che insieme a Mark Frost ha ideato e costruito una delle serie più riuscite della storia della tv. È stata quet1sta infatti la prima volta che un regista noto per aver diretto film di successo decide di curare un prodotto televisivo (Lynch vantava già alcuni importanti riconoscimenti internazionali e persino una nomination all’Oscar per The Elephant Man). Per questa e tante altre ragioni la notizia che nel 2016 verrà presentato un seguito ha inevitabilmente generato non solo un frenetico conto alla rovescia ma anche una doverosa riflessione su ciò che Twin Peaks ha rappresentato per tutti noi. Ovviamente, questa lunga attesa ci ha riservato anche colpi di scena in pieno stile lynchiano, pochi mesi fa infatti ha cominciato a circolare la voce che lo stesso David Lynch avesse abbandonato le riprese per il mancato accordo economico con la produzione. Poco dopo, questi “rumors” sono stati confermati dai diretti interessati che con profondo dispiacere ammettevano che la terza stagione non sarebbe stata curata da colui che ha reso Twin Peaks oggetto di culto. Ma, proprio quando ormai ogni speranza era svanita, ecco spuntare il tanto agognato accordo. E come una scintilla si riaccende l’entusiasmo che sembrava perduto.  Tuttavia, per coloro che hanno seguito la serie fino in fondo, non è stata una sorpresa così inaspettata. C’è un passaggio (proprio nell’ultima puntata) in cui la stessa Laura Palmer, apparsa a Cooper, afferma: “I’ll see you again in 25 years”.  Chi conosce Lynch sa bene che nulla è dato al caso e che anche il dettaglio più insignificante nasconde un accurato ragionamento.

La prima stagione della serie fu vista negli Stati Uniti da circa trenta milioni di persone, che diminuirono progressivamente fino alla metà della seconda stagione, quando fu reso noto (nonostante il parere contrario di Lynch) l’identità dell’assassino di Laura Palmer. Nei mesi che seguirono la tanto attesa rivelazione, la serie perse gran parte degli spettatori e fu sospesa dal canale che la mandava in onda, l’ABC. Fortunatamente, una campagna promossa da alcuni appassionati convinse il canale a trasmettere le ultime 6 puntate.

Nonostante il suo declino, Twin Peaks rimane un momento memorabile nella storia della televisione (anche in Italia) in quanto ha influito nella costruzione di alcune caratteristiche che oggi sono avvertite come proprie di una narrazione televisiva, fra queste ad esempio un notevole approfondimento psicologico dei personaggi. Tuttavia, ciò che rende Twin Peaks una serie diversa da tutte le precedenti è la presenza, quasi sistematica, di una serie di elementi enigmatici che attraggono lo spettatore come una calamita sul frigorifero.  Accanto a queste scene apparentemente incomprensibili e un po’ inquietanti, il telefilm conteneva situazioni “comiche”, come le saltuarie apparizioni del supervisore di Cooper (interpretato dallo stesso David Lynch)  e tutta una serie gag ricorrenti, fra cui l’ossessione dello stesso Cooper per la torta alle ciliegie e il caffè nero.

La storia in questione è ambientata a Twin Peaks, una  cittadina immaginaria situata nello stato di Washington.  L’apparente stabilità di questo pezzetto di America viene turbata dal ritrovamento del cadavere di Laura Palmer, figlia unica dell’avvocato Leland Palmer.  Le indagini, affidate al detective Dale Cooper, consentono di far emergere il lato più oscuro e nascosto di questa piccola comunità. È la prima volta che per un programma televisivo diventa necessaria una così accurata riflessione. Sono molti i dubbi e le perplessità che emergono puntata dopo puntata, queste rt2iguardano il più delle volte le assurde visioni di Cooper. Nel corso della storia, alcune di queste visioni si rivelano utili per ottenere indizi circa le misteriose scomparse delle numerose vittime altre, però, sfuggono all’ immediata comprensione. Come tutte le volte in cui la comprensione non è scontata, si apre davanti a noi un ventaglio di molteplici interpretazioni, alcune delle quali in contrasto tra loro. È così, anche chi vi scrive, ha provato a elaborarne una propria. Dietro l’assassino di Laura Palmer non si nasconde una persona o un gruppo di persone, ciò di cui è vittima la giovane studentessa di Twin Peaks è la malvagità  e la sconfinata perversione umana. Nessuno si sente più al sicuro, la comunità di una cittadina immersa nella quiete conosce qualcosa che non aveva mai provato fino ad ora: tutte le certezze vengono meno. Laura non è l’unica, altre sono le  vittime che vengono travolte dalla furia omicida che si diffonde come una epidemia per le strade di quella un tempo era solo un’anonima cittadina e  che ora sembra essere sprofondata in un incubo. Tutti questi elementi sono facilmente ricollocabili in tanti altri film del maestro David Lynch. All’interno di molti dei suoi lavori viene oltrepassato il confine aldilà del quale ogni certezza e convenzione crollano, per lasciar il posto ad uno stato di insicurezza in cui emerge il  lato più oscuro della nostra coscienza. Non è un caso che i protagonisti delle sue storie siano vittime di cambi di identità, stravolgimenti esistenziali o drammi irreparabili e che inevitabilmente, il più delle volte, cadano nell’oblio.

In questo microcosmo anche la musica acquista grande rilievo. La Soundtrack è opera del compositore italo-americano Angelo Badalamenti, grande amico di Lynch, per il quale aveva già curato le colonne sonore di due grandi film, Velluto blu e Cuore selvaggio. Il mistero, la paura e l’inquietudine che avvolgono il mondo di Twin Peaks non sarebbero tali senza il suo accompagnamento musicale.  Una presenza quasi costante sia nella serie che nel prequel, Fuoco cammina con me. Basti pensare al sottofondo che accompagna la sigla di apertura, sono sufficienti pochi secondi per farci accedere in un mondo mistico e surreale, un mondo che da un lato ci attrae dall’altro ci spaventa. Queste prime note ci permettono di entrare in punta di piedi in una piccola cittadina colma di segreti che stimolano fantasia e curiosità. Sono diversi anche i momenti noir/jazz che permettono in alcune scene di alleggerire la tensione e contribuiscono in altre a creare un’atmosfera surreale e misteriosa. Insomma, la colonna sonora di Angelo Badalamenti è un elemento imprescindibile nella costruzione di Twin Peaks, un concentrato di emozioni senza tempo che non può che attirare e impaurire chiunque vi graviti intorno. Ed è per questo che Lynch ha voluto affidarsi nuovamente a Badalamenti, reinserendolo nella squadra che sta lavorando alla terza stagione.

Non ci resta, dunque, che attendere impazienti l’uscita della terza stagione, per commentarla con altrettanto entusiasmo e per riammirare la grandezza di una delle menti più brillanti che il Cinema abbia mai conosciuto. Che il conto alla rovescia abbia inizio!

Giulio Greco

Antropophagus still alive: Ricordando Joe D’Amato

AntropophagusQuest’articolo vuole essere un sincero omaggio all’artista Aristide Massaccesi, in arte Joe D’Amato. Regista tuttofare ha realizzato circa 200 film nella sua carriera. Ha incontrato tutti i generi possibili, dall’horror al porno, firmati con i più fantasiosi pseudonimi. Debutta al cinema con il decamerotico “Sollazzevoli voglie di mogli gaudenti e mariti impenitenti”. Fin da subito dimostra la sua versatilità girando, nello stesso periodo due western (“Un bounty killer a Trinità” e “Scansati… a Trinità arriva Eldorado”), due peplum erotici ( “La rivolta delle gladiatrici”, co-diretto con Steve Carver, e “Diario di una vergine romana”), un war movie (“Eroi all’inferno”), e un horror (“La morte ha il sorriso dell’assassino”). “Giubbe Rosse”, pellicola interpreta da Fabio Testi e Renato Cestiè, è la prima firmata con, il nome d’arte, Joe D’Amato. A raccontarlo è lo stesso regista in un’ intervista su Nocturno, citata nel dizionario Stracult di Marco Giusti. “Un produttore, Ermanno Donati, mi disse: Oggi vanno di moda gli italo-americani: Scorsese, Coppola, De Niro… perché non ti firmi Joe D’Amato? Poi questo nome è diventato una specie di marchio, di fabbrica, che funzionava”. L’esplosione di Massaccesi avvenne con la serie erotica di “Emanuelle nera”, interpretata da Laura Gemser. Joe D’Amato è considerato un pioniere dell’hard italico, infatti “Sesso nero” è considerato il primo film porno italiano. Antropophagus, horror cannibalico di forte impatto, è il suo film più noto. Dopo aver circumnavigato tutti i generi possibili, nel 1993 passa definitivamente al cinema a luci rosse. Per un certo periodo è stato anche produttore, lanciando registi come Michele Soavi e Fabrizio Laurenti. E’ morto nel 1999.

Ho voluto raccogliere le testimonianze delle persone che l’hanno conosciuto, lavorato con lui o che si sono occupati della sua filmografia. Desidero ringraziarli del loro contributo che ha permesso, questo piccolo ma sentito ossequio a Massaccesi. Antonio Tentori, saggista di alcuni libri su D’Amato nonché sceneggiatore del suo ultimo horror “papaya dei caraibiFrankenstein 2000”, mi ha raccontato del rapporto lavorativo che ha avuto con D’Amato.

“Lavorare con Aristide era un vero piacere, perché ci si divertiva molto con lui. Era una persona adorabile, di grande umanità e con un innato senso dell’umorismo. Quando andavo a trovarlo in ufficio c’era sempre un’atmosfera amichevole, serena, quasi di famiglia, anche perché i suoi collaboratori erano sempre gli stessi. Mi ricordo che quando c’erano delle parti nella sceneggiatura che non funzionavano, mi diceva di rifarle, ma finiva spesso in una delle sue inconfondibili risate. Il suo metodo lavorativo era quello di una produzione artigianale che realizzava molti film low budget, diretti da lui stesso e da altri registi, girando anche all’estero. Era una persona che andava subito sull’immediato, nel senso che non c’era tempo per girare intorno ai progetti: o si facevano oppure no. Non perdeva mai tempo. Così il film partiva, era messo in preparazione, come è accaduto con Frankenstein 2000, che aveva già una sceneggiatura, di cui però Aristide non era del tutto convinto. Il suo rappresenta un modo di fare cinema che adesso in Italia è diventato raro, ma che a mio avviso è ancora un ottimo esempio di cinema low budget… I suoi generi preferiti erano l’horror e il thriller. Aveva sempre voglia di farne uno nuovo, infatti, tra i suoi ultimi lavori c’è La iena, che è un giallo erotico. Ma era l’horror era il genere preferito. (Gli chiedo della collaborazione fra Massaccesi e Montefiori)… era una vera amicizia e una collaborazione che è durata per moltissimi anni. Ritengo che insieme si completassero a vicenda. Sia come attore che in qualità di sceneggiatore, Luigi Montefiori-George Eastman ha firmato alcuni dei più interessanti film di Aristide.”

orgasmo neroGordiano Lupi, mi ha parlato del sodalizio artistico tra Massaccesi e Bruno Mattei, di cui aveva già scritto nel volume “Bruno Mattei, l’ultimo Artigiano”. Mi ha descritto minuziosamente le varie collaborazioni di Mattei nei film di D’Amato.

“ …Emanuelle e Françoise (Le sorelline) (1975) non ha niente a che vedere con la serie di Emanuelle nera. Si tratta di un thriller erotico che ricorda i lavori successivi soltanto per il nome della protagonista. Il film è scritto, sceneggiato e diretto da Aristide Massaccesi e Bruno Mattei, però decidono di comune accordo di accreditarlo soltanto a Joe D’Amato, un nome in ascesa nel gradimento popolare. A sentire Mattei il ruolo di Joe D’Amato sarebbe limitato alla direzione della fotografia: il grosso del film sarebbe opera sua, sia come sceneggiatura sia come montaggio. Prendiamo la dichiarazione con il beneficio dell’inventario, anche perché non esiste una controprova e inseriamo la pellicola nella filmografia di entrambi i registi. Il film è massacrato dalla censura nelle scene saffiche e di sodomizzazione, ma quel che resta è abbastanza esplicito e crudo.. Girato in due versioni, come di moda nel periodo. La versione soft è quella ufficiale, quella hard all’estero è rimpolpata da scene apocrife. Alcuni attori sono voluti da Bruno Mattei: Rosemarie Lindt, vista e apprezzata in Salon Kitty (1975) di Tinto Brass ma anche amica personale del regista, e Luciano Rossi, eccezionale nelle parti da pazzo con i suoi occhi spiritati. Patrizia Gori, invece, è fidanzata con il regista Franco Lo Cascio che frequenta il set per motivi personali, ma che diventerà amico e collaboratore di Aristide Massaccesi. La scena onirica del banchetto cannibalico è un’idea originale di Massaccesi, non prevista dalla sceneggiatura, ma davvero geniale, anche se provoca molti problemi con la censura. In definitiva il film si ricorda soprattutto per certe sequenze eccessive. Il rapporto sul set tra Mattei e Massaccesi si limita a questo film. Mattei collabora con Joe D’Amato per Eva nera, ne cura il montaggio e l’edizione, fornisce un lavoro complesso perché trasforma Jack Palance da buono in cattivo. Mattei riconosce genio e inventiva a Massaccesi, in tempi recenti lavora su alcuni suoi vecchi film come Diario di una vergine romana. Il merito di aver rivitalizzato una frankestein 2000pellicola girata in 2P è tutto di Mattei. Egli collabora con Joe D’Amato anche a Le notti porno nel mondo (1977 e 1978), due pellicole con protagonista Laura Gemser, ma il suo coinvolgimento si limita alle scene senza l’attrice indonesiana e al materiale di repertorio acquistato in Svizzera e montato dal regista. Le notti porno nel mondo (1976) è un film del genere mondo movie; D’Amato esperimenta così anche quel genere così controverso e discusso che fu il cavallo di battaglia di Gualtiero Jacopetti. La regia è attribuita a Jimmy Matheus (Bruno Mattei) ma Joe D’Amato è accanto a lui. Il soggetto e la sceneggiatura sono di Mattei, la fotografia di Enrico Biribicchi (quasi un’eccezione che non sia di Massaccesi), la musica di Gianni Marchetti, il montaggio di Vincenzo Vanni. Lo produce Mario Paladini per la Sorgente Cinematografica. Distribuito da Fida. I protagonisti sono soltanto Laura Gemser che fa la parte di se stessa e Marina Frajese per la versione hard distribuita all’estero. Laura Gemser ci conduce alla scoperta di una serie di spettacoli erotici ambientati in varie parti del mondo. Si parte con una filippica contro i falsi moralismi, mentre scorrono le immagini notturne di una Las Vegas che la troupe non ha mai visto. Pare chiaro sin da subito che i vari night club sono tutti romani e che il film, secondo la buona tradizione dei mondo movies, suona falso come una moneta contraffatta. Si tratta quindi di un finto reportage erotico che Mattei ricostruisce vagando per i vari locali della capitale. D’Amato si occupa soltanto di girare le parti di raccordo con Laura Gemser. Il film è stato tagliato abbondantemente dalla censura e Massaccesi lo ha dovuto rattoppare alla meglio con nuovo materiale per garantirne l’uscita. Porno Holocaust è un hard-horror scritto dal duo D’Amato-Montefiori e diretto dal solo D’Amato a Santo Domingo, ma ha dato una mano alla regia anche Bruno Mattei. D’Amato firma la sceneggiatura come Tom Salina e il montaggio è di Ornella Micheli. Da citare anche le belle musiche esotiche di Nico Fidenco. Interpreti: George Eastman (dott. Lemoir), Dirce Funari (Simone Keller), Annj Goren (la Contessa), Mark Shanon (il Tenente) e Lucia Ramirez (Annie). Dirty love è un Flashdance erotico, diretto da D’Amato, con poche varianti. Pochi mesi dopo Massaccesi sente pure il bisogno di un Dirty love 2 che però affida a Bruno Mattei (Michael Gardoso), anche se pure lui dietro le quinte qualcosa fa. Gli attori principali sono Josie Bisset, Peter Mark e Gabriella Foro”.

end gameDavide Ferrario ha conosciuto Massaccesi durante la realizzazione del film “ Guardami”. La pellicola racconta la storia di una pornostar che si ritrova ad affrontare una feroce malattia. Per poter descrivere, questo mondo, il regista ha frequentato i set a luci rosse per sei mesi. Tra l’altro Joe D’Amato avrebbe dovuto interpretare il ruolo di un regista porno, però egli morirà alcuni giorni prima delle riprese. Quel personaggio, ispirato alla figura di Massaccesi, è stato interpretato dal regista Antonello Grimaldi.

“ Joe D’Amato non era contento di fare il porno. Lui doveva fare il film con me, “Guardami”, poi è morto prima delle riprese… lui faceva il cinema davvero, anche quando faceva i film western, o le pellicole sui gladiatori, non era nemmeno contento di farli. Aristide avrebbe voluto far l’autore, perché era tecnicamente bravo, aveva delle idee… poi si è accontentato ed è rimasto li. A forza di accontentarsi è finito a fare il porno. Infatti, lui, nella mia idea del film, un po’ è rimasta nella figura interpretata da Grimaldi di questo regista triste, insoddisfatto … una volta c’era il cinema, ora mi tocca fare questo … Aristide era interessante come personaggio, era uno su cui costruire una storia, perché lui era più bravo dei film che faceva. Lui era cosciente di fare film di serie B.”

Roger Fratter ha diretto Joe D’Amato nel documentario “Joe D’Amato totally uncut”, realizzato con i fondatori di “Nocturno”, Davide Pulici e Manlio Gomarasca. Roger mi ha raccontato le impressioni di quella giornata e gli ho chiesto quanto il lavoro di D’Amato abbia influito nelle nuove generazioni di registi.

“Ricordo una bellissima giornata passata con una persona spontanea e simpatica che non si prendeva troppo sul serio. Non so cosa abbia lasciato alle nuove generazioni … A me personalmente ha insegnato l’arte di arrangiarsi… sfruttare al massimo i pochi mezzi a disposizione per cercare di fare buoni film.”

Il compositore Fabrizio Fornaci ha musicato, circa una ventina di film di Joe D’Amato. Mi ha raccontato del rapporto lavorativo con il regista.eroi all'inferno damato

“Ho sempre avuto una simpatia particolare per Aristide. Era una persona molto piacevole. L’ho conosciuto nel 1993, avevo composto le musiche de “ I racconti della camera rossa”, insieme con Piero Montanari che aveva già fatto delle cose con Massaccesi. Da quel momento è partita la nostra collaborazione e abbiamo fatto circa una ventina di film. Era periodo in cui lui si era dedicato al genere erotico e porno. Feci, tra le tante cose, le musiche di “Tharzan” con Rocco Siffredi. Era una persona molto simpatica, aveva quel sarcasmo e quella ironia romana che lo contraddistingueva. Se si presentavano situazioni, problematiche, non era il tipo che si perdeva d’animo, non perdeva mai il suo spirito umoristico. E’ stata una delle poche persone, professionalmente parlando, che mi manca. Era un grande professionista, veniva da una famiglia di cinematografari. Mi raccontava che fin da piccolo frequentava l’ambiente cinematografico … all’epoca facevamo i film in costume, erano pellicole ambientate nel settecento, o nella Chicago malavitosa degli anni 30 e quindi le musiche dovevano rispecchiare le atmosfere del periodo. Era un rapporto molto diretto, lui dava delle indicazioni, però lasciava libertà al musicista per quanto riguarda la scelta dei temi. Io al montaggio ero sempre presente, con la montatrice (Rosanna Landi, fonte Fratter), Aristide e Piero … all’epoca non c’era il montaggio digitale, quindi la pellicola veniva riversata su un nastro magnetico e montata in moviola. Era un lavoro frenetico, si lavorava in catena di montaggio. Fai conto che Aristide girava quattro – cinque film in poco tempo, tornava col materiale da montare e quindi capitava che si lavorasse su più film contemporaneamente. Solitamente venivano delle pellicole porno venivano ricavate due versioni: la versione hard e quella cable. Quest’ultima la vendevano alle tv satellitari. Per realizzare questa versione, veniva ripassato il nastro sul RVM, venivano ingrandite le immagini e tagliate le parti esplicite. Tra l’altro era uno dei pochi nel porno che girava ancora in pellicola. Negli ultimi anni, esigenze economiche lo costrinsero a usare il digitale … Aristide faceva questi film con la mano sinistra. Si è ritrovato a fare il porno perché, la sua società di produzione, non navigava in buone acque”.

il piacere Concludo, con il ricordo del produttore Gianni Paolucci.

“E’ difficile esprimere un ricordo del regista Joe D’Amato senza inevitabilmente legarlo all’uomo Aristide Massaccesi, vede, quello che molti non hanno saputo cogliere nel regista é la strettissima affinità con l’uomo. Infatti, Aristide stava a Joe come Joe stava ad Aristide e non c’era possibilità alcuna che i due si scindessero. Per chi ha avuto il piacere di conoscere entrambi sa’ bene quanto il regista risentisse del modo di essere eccentrico, gigione, quasi bohemien dell’uomo, nelle sue regie vi era tutto il suo essere ed, infatti, nei suoi film non mancavano mai l’inventiva e il sottile humor che erano elementi, propri, di Aristide”.

                                                                                                                                                                                                                                                                             Tiziano Rapanà

Il curioso del cinema: Se il mondo intorno crepa

se il mondo intorno crepa
Il curioso del cinema ha incontrato Stefano Jacurti, un artista innamorato del mondo western. Ha dedicato al genere libri, spettacoli teatrali e quant’altro. Insieme con Emiliano Ferrera ha diretto il mediometraggio “Se il mondo intorno crepa”. Nonostante sia ambientato nel selvaggio west, la pellicola è un racconto sociale che affronta l’attualità più cruda e nefasta.

Questo western guarda più ai classici fordiani, alle nostre iconoclastie sanguinolente o, forse, all’ultimo ventennio americano segnato da registi come Costner, Eastwood e Raimi?

Questo western può essere molte cose secondo me… c’è una parte del lavoro dedicata al western italiano, come Bill Carson, un personaggio del mio lavoro chiamato in modo emblematico, ma il resto della storia secondo me non è uno spaghetti western, bensì un western, seppur girato da italiani. Ci tenevo che i grandi spazi del western fossero esaltati nelle immagini, anche se, i nodi vengono al pettine dentro un saloon abbandonato di una città fantasma.

Dov’è stato girato il film?

 E’ stato girato tra l’Abruzzo e l’Almeria. Tra l’altro una curiosità di “Se il mondo intorno crepa”, è proprio questa: è uno deijacurti pochi western che unisce queste due location nello stesso film. Solitamente i western italiani venivano girati in Almeria, oppure venivano ambientati tra le distese abruzzesi. Noi, invece, abbiamo deciso di sfruttarle entrambe.

Su YouTube, sono presenti alcuni video che, mostrano il certosino lavoro fatto nel costruire le varie scenografie …

Gli interni li abbiamo girati al “Ranch del cavallo selvaggio”, vicino a Latina. Abbiamo dovuto trasformarlo in un ranch tipico dell’ottocento coprendo, togliendo o nascondendo, tutto quello che era in stile“America on the road” di oggi. E’ stato un lavoro molto attento, abbiamo cercato di anticare al massimo il tutto. Poi ci sono altri interni girati all’interno del “Red Indian Saloon”, locale County nei pressi di Fiumicino.

La colonna sonora della pellicola guarda alle sonorità country dell’America più tradizionale. I film di Sergio Leone insegnano che in una pellicola, il commento musicale è fondamentale. Com’è stato il tuo rapporto con l’autore delle musiche?

jacurti 2La musica in un film è essenziale. Era importante in questo western lasciare delle atmosfere particolari. Sono andato nel covo del grande Klaus Veri, autore del soundtrack, per parlare delle atmosfere che volevo … Io ed Emiliano siamo soddisfatti di lui. Non sì è risparmiato, ha circondato questo western di pathos e sottolineature forti, rappresentative. Con Fabrizio Sartini, autore dei brani country è stato ugualmente un grande incontro … un uomo, un mito …

Per un mediometraggio, le difficoltà di distribuzione sono maggiori rispetto ad un lungometraggio. Come sarà diffusa la pellicola?

Le difficoltà secondo me ci sono sempre, al di là del formato, ma certo il mediometraggio è un taglio particolare, però è servito a raccontare la mia storia. Prima mi dedicherò ai festival, poi vedremo. E’ chiaro, noi non abbiamo girato questo western per farlo vedere al vicino di casa. Cercherò una distribuzione, una vendita abbinata con i miei libri western. Colgo l’occasione per ringraziare voi di “A ciascuno il suo”. Alla prossima!

                                                                                                                                                                                                                                                                                     Tiziano Rapanà

Prossimamente su questi schermi: Alienween

alienweenPer la prima volta mi occupo di un progetto in divenire. Si tratta di un film fantahorror prodotto da Alex Visani diretto da Federico Sfascia, che ho voluto intervistare. In verità mi sono sforzato di capire cosa sia lo slime e, soprattutto, mi piacerebbe conoscere questi “melt movies”. Il regista, nonostante mi parli di cose ignote, è una persona molto simpatica e spero che il suo prodotto possa avere tanto successo.

Cosa ci puoi raccontare di Alienween?

ALIENWEEN è un progetto nato da un soggetto che Alex Visani mi ha proposto qualche mese fa. L’idea mi ha colpito e l’ho trovata nelle mie corde, per cui dopo aver metabolizzato la storia, l’ho rielaborata in una sceneggiatura. Sembra una commedia all’interno di un film horror raccontato con melodrammi degni di Kenshiro e Candy Candy … insomma… ho fatto un casino, però Alex sembra sapere quello che fa e, finché, è contento il sommo produttore, io posso compiere quanti scempi voglio.

Quali sono i principi ispiratori alla base della pellicola?

Sicuramente forti sono le influenze di un certo cinema fantastico degli anni 80. Non si vuole puntare su un effetto “nostalgia”.Però se parliamo di riferimenti, l’immaginario sarà quello sia per la resa “visiva” del film che per le tematiche trattate: Alieni, festa di Halloween, ragazzi sbandati alla ricerca della trasgressione che troveranno la giusta e moralizzante morte e, soprattutto,alienween 2 lo slime. Inteso come liquame colorato e, a suo modo, disgustoso che la farà da padrone nell’intero film. Alex vuole che Alienween non sia un semplice omaggio ai “melt movies” degli anni 80 (“the incredible melting man”, “slime city” , “Horror in bowery street” ecc…) ma un vero e proprio revival del sottogenere. E vuole che sia il “melt movie” per eccellenza, per quantità di liquami che verranno profusi, prodotti ed espulsi dai corpi martoriati dei suoi protagonisti. Insomma la regola imposta dal sommo produttore è “affoga tutto e tutti nel liquame”. Ed io ubbidisco. Che devo fa? Tanto per i cadaveri degli attori, mi ha detto che ci penserà lui!

Come vi siete preparati ad affrontare una storia sugli extraterrestri? Quali ricerche, studi avete effettuato per riuscire ad addentrarvi meglio nel mondo misterioso degli alieni?

In realtà la nostra “visione” degli alieni è molto fumettistica e, non per ripetermi, legata a un immaginario molto anni ’80. Un’invasione sanguinaria e goliardica al tempo stesso. Gli alieni di ALIENWEEN saranno creature minacciose e limacciose frutto di un background legato ad un cinema di intrattenimento che strizza l’occhio anche ai classici invasori degli anni ’50. Ci sarà da divertirsi.

A settembralienween 3e iniziano le riprese, come saranno organizzate? Dove sarà girato e in quanto tempo verrà girato il film?

Il film sarà girato in 15 giorni, in Umbria e sarà per l’80% ambientato in un’unica location. Una casa, isolata nella campagna, dove i protagonisti del film si troveranno intrappolati a dover fronteggiare la più bizzarra e “limacciosa” invasione aliena della storia. Alienween è un film che può definirsi corale, dove ogni attore/personaggio ha il suo sviluppo e la sua storia con una importanza piuttosto centrale. Al di fuori dei quindici giorni di riprese ci saranno alcune giornate, in troupe ridotta, da dedicare ad alcuni effetti speciali particolarmente complessi. Siamo fiduciosi di terminare le riprese nei tempi previsti e poi passare al montaggio e alla post-produzione, in modo da dar luce al nostro “figlio” malsano entro la fine del 2014.

                                                                                                                                                                                                                                                                      Tiziano Rapanà

IN GRAZIA DI DIO DI EDOARDO WINSPEARE

 

Negli ultimi anni tutti parlano di crisi e la mia impressione è che non tutti lo facciano per un reale interesse nei confronti di chi la soffre, ma perchè alcuni argomenti, in un certo periodo, diventano “di moda”. Guardando In Grazia di Dio ho avuto immediatamente un’impressione diversa. Pur non avendo mai visto nulla di Edoardo Winspeare, già dopo venti minuti dall’inizio del film sentivo che il regista era in graziaempatia con il contesto descritto. In Grazia di Dio racconta la storia di una famiglia del basso Salento che, a causa della crisi economica, è costretta a chiudere la propria sartoria ed a vendere casa per andare a vivere in campagna, dedicandosi alla coltivazione della terra. Le quattro protagoniste devono abbandonare molte delle cose a cui sono legate. Per loro, il trasferimento in campagna – non voluto – è sinonimo di fallimento sociale e decadenza. I rapporti parentali ne sono totalmente condizionati, in senso negativo. Solo la nonna, la figura più anziana del film, riesce a mantenere un certo contegno. Ma dopo un primo periodo di disagio, la campagna ed i nuovi ritmi che questa impone diventano un modo per riscoprire se stessi ed il rapporto con l’altro. In Grazia di Dio è un film profondamente realistico. Chi conosce il Salento “umile” se ne accorge subito. Non ci sono personaggi “perfetti”. Dall’inizio alla fine viene parlato esclusivamente il dialetto salentino, con sottotitoli in italiano. Mancano grandi attori nel senso classico del termine, ed il tutto è stato realizzato con un budget molto basso. Ma si tratta di un’opera riuscita benissimo. Guardando questo film si ha l’impressione di conoscere personalmente protagonisti e comparse del film, perchè sono stereotipi di persone che caratterizzano qualsiasi piccolo paese del Salento. Le due grazia1ore del film scorrono velocemente; la fotografia è così bella al punto che molti dei fotogrammi del film potrebbero essere dei quadri. Ci sono degli spezzoni che avrebbero un grande valore anche se fossero presi singolarmente.


Winspeare non scade nella banalità raccontando un contesto così difficile. Per due motivi. Innanzitutto, il film non ha come scopo aprioristico quello di commuovere, non c’è un tentativo continuo di fare leva sulle emozioni dello spettatore per farlo piangere banalmente. Viene descritta la realtà, che a volte è tragica, altre volte commuove, infastidisce, entusiasma o diverte. Secondo: non c’è il lieto fine. C’è molto di più. La realtà non è idilliaca come a volte il cinema vuole farci credere. I protagonisti del film sono costretti a “tagliare” alcune delle proprie altezze, ad abbandonare alcuni dei loro desideri. Questo non vuol dire fallire, ma rinascere. In effetti questo non è soltanto un film sulla crisi: la difficoltà economica viene usata come un pretesto per lanciare un messaggio molto più ampio. In Grazia di Dio riempie di fiducia, perchè dimostra che uno dei modi possibili per avvicinarsi alla serenità è quello di ridimensionare se stessi, facendo un passo indietro rispetto a delle illusioni che spesso vengono percepite come bisogni fondamentali.

Gabriele Cavalera

 

Parva, sed apta mihi: Letters to Juliet

Letters-to-Juliet locandina filmCom’è dolce perdersi nell’amore, ignorando le flebili dimensioni quotidiane. Muovendosi in quel frangente sospeso, dove l’abbraccio è l’unico tempo possibile. Accarezzare la leggerezza di un bacio, pregustare la tenerezza dell’attesa. Pregare per quell’incontro, dove due anime si congiungono divenendo un’unica entità. Non è raro, succede.

Perchè la vita nonostante sia un’enorme crudeltà che si alimenta di speranze ridotte in macerie, a volte come per incanto, inciampa beffarda nella bellezza, risvegliando pulsioni fanciulline. Rigettando l’adulterato ectoplasma dell’idealizzazione.

Spettro che ha tormentato, per cinquant’anni, Claire prigioniera di un amore, perduto, in gioventù. Il destino, benevolo, le regalerà un occasione per poter riscattare il tempo perduto. La donna riuscirà a rintracciare  Lorenzo, l’uomo della sua vita e potrà, cosi, rinnovare una passione sopita.  Tuttavia, ognuno ha la novella che merita.

E difatti per Sophie, l’artefice di questo favoloso miracolo del desiderio ritrovato, le cose si muovono verso binari diversi. La Ragazza é fidanzata con un demente che la trascura per poter badare al suo amato ristorante. La pulsella si innamorerà di un ragazzo in apparenza ignifugo, in realtá molto sentimentale, nipote di Claire. Dapprima prevarranno le ragioni di etica. Ma l’amore, com’è noto, non ammette eccezioni.

Letters to Juliet, è una deliziosa commedia romantica. Non è un capolavoro, tutt’altro. Peró riesce a traghettarti verso una dimensione sognante, regalando una commozione autentica. Un film adatto agli innamorati e a tutte quelle persone che sperano di incontrare l’anima gemella. Si ritroveranno, ne sono certo, tra i protagonisti di questa storia.

                                                                                                                                                                                                                                                                               Tiziano Rapanà

Extra Omnes: Bordella

maxresdefaultRiscoprire la libertà, meravigliarsi del prodigio. Innamorarsi del cinema che è stato e, ne sono certo, ritornerà a divenire . Bisogna tornare ad essere, però, artisti fino in fondo. Senza accettare alcun compromesso. Ignorando le ignobili politiche pseudoculturali proposte dall’ establishment cinematografico. Un tempo i registi lo facevano e nascevano gioielli come Bordella. Per me una vera sorpresa.

Mi sono lasciato trasportare dalla follia liberatrice che scioglie le repressive catene narrative. Ho assaporato la vivacità demenziale che indomita, sfugge agli schemi e alle consuetudini cinematografiche. Una pellicola indolente alle classificazioni. Un po’ musical e un po’ no.

Una bizzarria integerrima. Come Eddie, il protagonista del film. Scrupoloso nello scegliere, secondo i suoi personalissimi canoni, i baldanzosi gigolò che animeranno la casa di piacere. Forse non mi azzarderei a definirli baldanzosi in quanto mi sembrano fin troppo placidi, tenendo conto che nella truppa è presente un puglie suonato, quanto timido e impotente. Però fanno il loro dovere. Tant’è che il bordello diventerà, in poco tempo, il più rinomato della metropoli. i nostri eroi, ormai diventati gli idoli amorosi delle sciure milanesi, decideranno infine di aprire altre filiali della loro Maison, in giro per il mondo.

Il film, a dire il vero, non ha avuto la stessa fortuna dei suoi personaggi. Censurato, sequestrato e massacrato dalla critica, Bordella ha avuto una terribile fama che lo ha reso invisibile per anni. Fortuna vuole che è stato distribuito in dvd. Ne consiglio vivamente l’acquisto. Per chi vuole scoprire un Pupi Avati diverso, distante dal pressapochismo espositivo presente nelle sue ultime opere.

Per chi è interessato a conoscere un’ opera d’autore svincolata da elucubrazioni intellettuali tipiche del cinema dell’epoca. E infine , vorrei suggerirlo a tutti quegli artisti delusi, dilaniati da una società che non permette una piena espressione della loro fantasia. Magari il film gli incoraggerà, a persistere nel difficile e tortuoso percorso d’espressione. Per poter finalmente giungere ad una esplosione creativa totalmente libera da perverse preclusioni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                    Tiziano Rapanà

Extra Omnes: Femminilità (In)corporea

Sarebbe bello poter ffemminilita copertina 200pxuggire via; zonzando nell’altrove profumato di splendore.  Bisognerebbe imitare Raffaele che all’improvviso vola nella dimensione parallela alla quotidianità lontana dalla moglie e dall’amante; egli fugge ex abrupto nell’ignoto, dove solo il deserto è certo. In questo abisso, il protagonista trova una presenza femminile: l’effige della donna perfetta (o forse l’archetipo di un principio di perfezione che si manifesta nella più utopica idealizzazione): il connubio inscindibile tra istinto e raziocinio: Il rosso e il blu: rosso come l’amante: meschina, quanto cretina, attratta dallo scrittore, dal suo charme; damettina senza personalità che cerca le proprie qualità in quelle dei propri amanti; blu come la moglie: è l’unica che crede veramente in lui, lo sostiene, lo incoraggia per quello che può; la donna non si arrende di fronte alla fuga del marito; lo cerca con tutta se stessa, sfidando ogni tipo di ostacolo; l’animo inquieto di Raffaele, però, non può essere arrestato da una personalità ferma e ragionevole come la moglie… Raffaele fugge dalle donne che non lo capiscono e da una società che lo opprime. Femminilità (in)corporea è il film più bello che ho visto di Roger Fratter. Senza dubbio il più indecifrabile di tutta la filmografia del regista bergamasco; lontano anni luce dai divertissement orrorifici a cui Fratter deve la sua fama, questa sua ultima pellicola colpisce per la particolarità del tema trattato. Lo Ammetto: la prima volta, ho avuto molta difficoltà a giudicare la pellicola; cosi strano, personaggi che entrano, escono. Non è tanto la femminilità ad essere incorporea, quanto la sostanza fisica dei personaggi. E la domanda si fa sempre più presente: esistono davvero?

                                                                                                                                                                                                                                                                                   Tiziano Rapanà              

“VALZER CON BASHIR” (di Ari Folman, 2003) : l’oppressione del popolo palestinese nelle memorie del regista

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Questa è la storia di un assassino che non volle sporcarsi di sangue nel soddisfare la sua sete di potere, che porta morte a chi gli sta accanto. Un assassino che esiste veramente, e tuttora impera: Israele.
Ari Folman, regista di Valzer con Bashir, è lo stesso protagonista del suo film. Folman veste i panni di se stesso, un regista con alle spalle le traumatiche esperienze di soldato semplice nell’esercito israeliano, che ha partecipato al drammatico massacro di Sabra e Shatila, avvenuto nel 1982 e che ha causato la morte di migliaia di palestinesi e sciiti libanesi, per mano dei falangisti libanesi appoggiati da Israele.
Ari della guerra contro i”terroristi” non ricorda nulla: fa fatica a recuperare le sue memorie in divisa, forse per lo shock che esse gli hanno provocato. È per questo che il film si sviluppa come un percorso volto a rischiarare i ricordi di quei tragici giorni, di cui rimane solo l’incubo di 26 cani demoniaci che lo inseguono per le strade di Beirut. Sarà un suo vecchio amico psicologo a dargli una possibilità di reminiscenza, dando il via ad una narrazione che si sviluppa con continui rimandi al passato, sempre più delucidati dalla visita di alcuni suoi vecchi compagni che hanno condiviso l’esperienza della guerra con Ari.

In un’atmosfera da incubo, Valzer con Bashir è un intreccio di psico-narrazione, stile fumettistico e genere documentaristico, dal risultato coinvolgente. Così la narrazione, che è un alternarsi di dialoghi tra ex soldati e flashback che sempre più si completano, gode di uno stile molto suggestivo, fatto di un ambientazione post-apocalittica ma che non trasgredisce l’equilibrio tra la forte emotività della scenografia e la sobrietà narrativa.
Lo stile cinematografico del film di Ari Folman richiama indubbiamente i celebri “Viet-movies” dei decenni 70 e 80, cioè quei film che, come Platoon, Apocalypse Now, La Sottile linea rossa e tanti altri, hanno proposto uno sguardo critico alla Guerra del Vietnam, con una forte ispirazione psicologica. A tal proposito, per gli amanti di Stanley Kubrick non sarà difficile riconoscere una serie di connessioni ed elementi in comune tra “Valzer con Bashir” e “Full Metal Jacket”, film del 1987 ambientato nei tempi della guerra in Vietnam. Tanto per cominciare, è innegabile come in entrambi i war movies elencati ci sia una sproporzione di visibilità nel rapporto tra le due parti in guerra: l’esercito protagonista da una parte e l’armata ribelle dall’altra. Come i vietcong kubrickiani- o ” musi gialli” per gli stolti armati in stelle e strisce- i palestinesi di Folman sono sempre ripresi da lontano, dalla parte delle truppe “protagoniste”. Essi sono indefinibili, imperscrutabili. Minacciosamente nascosti si muovono nell’ombra come la teppa delle «Brigate della morte» di Carpenter. Che sia un “muso giallo comunista” o un “fanatico terrorista”, l’altro è sempre descritto dalla prospettiva dei protagonisti, i buoni, eroici e democratici portatori di quel vergognoso ossimoro che è la “guerra giusta”.
Nel raccontare la storia di un invasione, sia Folman che Kubrick hanno rovesciato i rapporti del linguaggio narrativo cinematografico. Specialmente per il genere di guerra, in un film “tipizzato” siamo abituati a identificare un buono e un cattivo: il primo gode di maggior luce e attenzine del secondo, che brancola nel buio dell’indefinitezza. Entrambi i registi si sono presi gioco di questo clichè, riprendendo,paradossalmente, i soldati invasori come eroici martiri e i ribelli come i cattivi, colpevoli di essere gli invasi, gli alieni in casa propria.
C’è un altro elemento paradossale e provocatorio che unisce Valzer con Bashir e il celebre Full Metal Jacket: la controversia delle scelte musicali. Il rock’n’roll presente in entrambi i film crea un effetto di contrasto con le immagini di guerra, fatte di bombardamenti, demolizioni, corpi sanguinanti, pallottole in gola e lacrime per chi sopravvive. Una sorta di humour nero in musica, che sveste la depravazione della guerra e la – quasi erotica- perversione del soldato per la virilità del mitra. La provocatorietà di scene simili potrebbe, per triste effetto collaterale, toccare il cuore di qualche bieco fanatico dell’arma. Quanto è eccitante crivellare donne e bambini ascoltando Surfin’ Bird nel tuo bel grossissimo pene cingolato!

Tuttavia, in Valzer con Bashir è decisamente più evidente la direzione di denuncia politica verso le atrocità dei militari, per via della forma documentario che privilegia uno sguardo più lucido rispetto alla visione più psico-patologica dei militari in Full Metal Jacket.
Valzer con Bashir di Ari Folman è un modo originale, sobrio e preciso di trasmettere un chiaro messaggio antimilitarista. Le tecniche che alterano il sentiment dell’ambientazione sono impressionanti, ma non si sovrappongono al messaggio di questo film, che è  piuttosto chiaro: l’uomo finisce dove inizia il soldato .

 

                                                                                                                           Tabart

Il curioso del cinema : Ritual – Una storia psicomagica

Ritual_locandina_ita_lowQuest’oggi il curioso del cinema presenta Ritual – Una storia psicomagica, pellicola d’esordio dei registi Giulia Brazzale e Luca Immesi. Si tratta di un racconto di rinascita spirituale ispirato dalla “Danza della Realtà” di Jodorowsky. Atipico, nel suo modo di contrapporre il thriller psicologico di matrice Polanskiana, con il pensiero e l’arte di Alejandro Jodorowsky, inventore della psicomagia nonchè regista di film come “La montagna sacra” ed “El topo”. Forse è stata proprio questa apparente stravaganza ad essere apprezzata maggiormente all’estero. Infatti Ritual ha ricevuto un vastissimo consenso internazionale. Ma come la, purtroppo, infallibile regola del nemo profeta in patria insegna, la cosa non si è ripetuta in Italia. Tant’è vero che il film, da noi, ha avuto una scarsissima distribuzione. Ne approfitto quindi per invitare i curiosi di partecipare all’ ultima proiezione romana, che si terrà al filmstudio, il 26 maggio alle ore 21. Nell’ incontro con i registi, ho voluto farmi raccontare il loro rapporto con Jodorowsky, il padre spirituale della pellicola, e come sono riusciti a conciliare i mondi diversi, la realtà panico-surrealista con il thriller introspettivo per l’appunto , che animano l’opera.

Da dove nasce l’esigenza di realizzare Ritual? Volevamo girare un film che non rimanesse nella superficie, che provasse a risvegliare le coscienze, soprattutto quella della donna, che in Italia oggi, si trova ancora troppo spesso costretta ad un ruolo di sudditanza, se non altro psicologica. Per quanto riguarda la psicomagia, eravamo rimasti molto colpiti da un atto psicomagico descritto ne “La danza della realtà”, quello che si vede nelle scene finali del film. Leggendolo nel libro di Jodorowsky, l’abbiamo immaginato subito molto forte anche dal punto di vista della messa in scena. Quindi l’abbiamo scelto come rituale portante del film, e attorno ad esso, abbiamo costruito tutta la storia. Poi è stato lo stesso Alejandro a suggerirci il modo migliore di rappresentarlo.

Come avete conosciuto Jodorowsky? Mancava poco alle riprese, e ci siamo resi conto che non avremmo potuto girare senza il benestare del maestro. Sarebbe stato sia eticamente che legalmente scorretto. ritual grab_1.564.1Così, sempre per l’ incessabile danza della realtà, abbiamo scoperto che Jodorowsky avrebbe tenuto un reading di poesie in Italia. L’evento era stato organizzato a Monselice, vicino a Padova, da Fabio Gemo, un bravissimo attore, che interpreta il ruolo del barista, nel nostro film. Fabio è stato gentilissimo ci ha invitati alla conferenza stampa e così abbiamo avuto l’occasione di conoscere Alejandro. Essendo noi due sconosciuti, inizialmente, quando gli abbiamo detto che avevamo scritto un film sulla sua psicomagia, è rimasto molto perplesso, mai noi non abbiamo desistito, abbiamo insistito dicendogli che eravamo due professionisti. Così Alejandro si è fermato un momento a fissarci e poi ci ha scritto su una strisciolina di carta l’indirizzo mail della sua agente. Quando la nostra sceneggiatura è arrivata a Parigi, non solo ci è stata approvata, ma Jodorowsky ha acconsentito a girare un cameo nel film e ci ha concesso di usare nel titolo il termine “psicomagica”.

Jodorowsky sostiene che la parola non cura. Pensate che il vostro film possa far guarire?

Sicuramente fa riflettere, in primis, sul rapporto uomo-donna. Inoltre, era nostra intenzione che il nostro film agisse sull’inconscio delle persone. Che tirasse fuori qualcosa da dentro. All’estero dicono che ci siamo riusciti, che dopo la visione di Ritual si sogna molto e che i sogni sono molto più vividi. Ora siamo curiosi di sentire cosa dirà il pubblico italiano.

ritual grab_1.55.3Ritual ha una struttura narrativa lineare, ben lontana dal surrealismo dei film di Jodorowsky, ovvero l’arte panica. Come si può definire la pellicola, dunque, psicomagica?

La nostra storia ha un filo narrativo lineare e ben preciso che lega assieme vari atti psicomagici descritti in “Psicomagia” e “La danza della realtà” di Jodorowsky. Ma, oltre a ciò, il nostro film è ricco di simboli e mira a parlare all’inconscio, a tirar fuori qualcosa di sotterraneo, di irrazionale ed ancestrale. Su noi due ha avuto i suoi effetti, è stato l’inizio di un percorso di evoluzione personale, ora sarà il pubblico a dirci cosa proverà vedendolo.

                                                                                                                                                                                                                           Tiziano Rapanà