Docufilm

Cinema e Psicoanalisi: da Pabst a Zizek

 

Cinema e psicoanalisi nascono entrambi alla fine dell’Ottocento. Il 28 Dicembre del 1895 a Parigi venne proiettato il primo film dei fratelli Lumière, mentre a Vienna, proprio in quell’anno, Freud e Breuer pubblicarono il primo testo di argomento psicoanalitico: Gli studi sull’isteriaGli universi paralleli del cinema e della psicanalisi si incrociano nel 1926, anno in cui Georg Wilgiuliohelm Pabst termina la sua opera cinematografica dal titolo Il mistero dell’anima per la cui realizzazione fu richiesta, inutilmente, una consulenza allo stesso Freud. L’opera del regista ceco aveva lo scopo, come dichiarato nel titolo, di rappresentare, attraverso il linguaggio cinematografico, il mondo interiore e l’inconscio del protagonista della vicenda. Da allora i rapporti fra le due discipline sono stati intensi e frequenti. Registi diversi per cultura, stile e tematiche come Alfred Hitchcock, Federico Fellini, Stanley Kubrick, Luis Buñuel, Ingmar Bergman e moltissimi altri; hanno utilizzato per le loro opere riferimenti alla psicoanalisi, creando pellicole che fanno parte della storia del cinema. Nonostante possano sembrare a prima vista due ambiti inconciliabili, cinema e psicoanalisi hanno mantenuto sempre dei rapporti e degli intrecci piuttosto stretti. Entrambi, nel corso del tempo, hanno tratto profitto da questo rapporto, in una doppia prospettiva: la psicoanalisi si è servita del cinema per portare all’attenzione delle masse le complesse tematiche psicoanalitiche, e il cinema si è servito della psicoanalisi come strumento in grado non solo di fornire argomenti e soggetti da trasporre in immagini che catturassero l’attenzione del pubblico, ma anche di fornire teorie attraverso le quali il cinema potesse spiegare se stesso e il proprio funzionamento. E non è neppure un caso se i primi critici cinematografici erano contemporaneamente psicologi. 

Per quanto concerne la prospettiva cinematografica, esistono tre modalità di utilizzo della psicoanalisi all’interno di un film:

1) Film che rispecchiano le problematiche psicologiche del suo autore;

2) Film che ci raccontano, visualizzandole, particolari nevrosi o psicosi di cui sono preda i personaggi all’interno della storia(es: Hitchcock, Bergman, Kubrick);

3) Film che si servono di alcuni concetti psicoanalitici per svelare le dinamiche che sono alla base del suo rapporto con lo spettatore (es: il Cinema surrealista).

Tra i vari giulio2registi e filosofi che hanno studiato la connessione tra cinema e psicoanalisi, non possiamo non menzionare Slavoj Zizek, noto filosofo e psicoanalista sloveno. In molti dei suoi lavori, tra cui il documentario The Pervert’s Guide to Cinema (2006), Zizek mette in evidenza il punto di incontro tra questi due universi i cui linguaggi, apparentemente così lontani, parlano in realtà della stessa materia: i nostri desideri e i nostri sogni. Slavoj Zizek è un astuto cinefilo, riesce a mescolare sapientemente ciò che è noto e risaputo con il piccolo “frammentino” di un film poco noto. Un esempio è Possessed, film americano degli anni ’40, da cui riprende la scena in cui una donna, dopo aver salutato il suo amante, ritorna verso casa e incrocia un treno. Dalla strada la donna è in grado di osservare ciò che avviene all’interno del treno. Il filosofo sloveno paragona lo stupore provato dalla protagonista davanti a questa scena alla magia dello spettacolo cinematografico.

In questo documentario Zizek si interroga riguardo al cinema attraverso la psicanalisi e invita lo spettatore a pensare a che cosa il cinema rivela di noi. La regista Sophie Fiennes, che ha curato le riprese del documentario, ha messo il filosofo nella condizione di invitare il cinema dal suo psicanalista, permettendogli di spiegare il suo pensiero mediante la cultura popolare, e soprattutto tramite il cinema. Vero punto di incontro tra cinema e psicoanalisi, la Guida Perversa di Žižek dimostra come “il cinema è l’arte perversa per eccellenza: non ti dà quello che desideri ma ti insegna a desiderare”. Ed è proprio sulla base di questa affermazione che si lancia in un travolgente viaggio per esplorare la natura umana attraverso la visualizzazione dell’immaginario che il cinema offre allo spettatore: fantasia, realtà, sessuali tà, soggettività, forma e desiderio, sono i veri protagonisti nascosti dentro il grande schermo e anche dentro il nostro inconscio. Zizek, mentre spiega i suoi film preferiti, occupa fisicamente la scena. Si incorpora nel film. Prende parte, ad esempio, ad una scena del film Fight Club di David Fincher, in cui il narratore (Edward Norton) continua a prendere a calci se stesso. Zizek spiega che in questo caso non si tratta di un‘espressione di masochismo perverso, piuttosto del fatto che giulio1il narratore, per poter resistere ai suoi nemici, deve anzitutto lottare contro se stesso, contro ciò che lo ha costretto alla condizione di schiavitù in cui si trova. Dopo aver visto The Pervert’s Guide to Cinema, non andremo più al cinema con lo stesso godimento passivo. In questo documentario la problematica attivo/passivo nei confronti del cinema è una questione davvero saliente. Il cinema, grazie alla sua natura di finzione e alla sua distanza dello schermo, rispecchia le nostre ansie e i nostri desideri mantenendoli, come afferma lo stesso Zizek, ad una distanza di sicurezza. Non a caso il riferimento ai film di David Lynch rappresenta uno dei momenti più intensi del documentario proprio perché la vera tensione in lui sta nel fatto che riesce ad oltrepassare il confine oltre il quale ci sentiamo al sicuro. Zizek termina con un appello ad intendere il cinema come un’arte essenziale della nostra realtà: i grandi registi giocano un ruolo cruciale in quanto ci consentono di affrontare dimensioni per cui non siamo ancora pronti.

 

Giulio Greco

 

 

 

 

“VALZER CON BASHIR” (di Ari Folman, 2003) : l’oppressione del popolo palestinese nelle memorie del regista

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Questa è la storia di un assassino che non volle sporcarsi di sangue nel soddisfare la sua sete di potere, che porta morte a chi gli sta accanto. Un assassino che esiste veramente, e tuttora impera: Israele.
Ari Folman, regista di Valzer con Bashir, è lo stesso protagonista del suo film. Folman veste i panni di se stesso, un regista con alle spalle le traumatiche esperienze di soldato semplice nell’esercito israeliano, che ha partecipato al drammatico massacro di Sabra e Shatila, avvenuto nel 1982 e che ha causato la morte di migliaia di palestinesi e sciiti libanesi, per mano dei falangisti libanesi appoggiati da Israele.
Ari della guerra contro i”terroristi” non ricorda nulla: fa fatica a recuperare le sue memorie in divisa, forse per lo shock che esse gli hanno provocato. È per questo che il film si sviluppa come un percorso volto a rischiarare i ricordi di quei tragici giorni, di cui rimane solo l’incubo di 26 cani demoniaci che lo inseguono per le strade di Beirut. Sarà un suo vecchio amico psicologo a dargli una possibilità di reminiscenza, dando il via ad una narrazione che si sviluppa con continui rimandi al passato, sempre più delucidati dalla visita di alcuni suoi vecchi compagni che hanno condiviso l’esperienza della guerra con Ari.

In un’atmosfera da incubo, Valzer con Bashir è un intreccio di psico-narrazione, stile fumettistico e genere documentaristico, dal risultato coinvolgente. Così la narrazione, che è un alternarsi di dialoghi tra ex soldati e flashback che sempre più si completano, gode di uno stile molto suggestivo, fatto di un ambientazione post-apocalittica ma che non trasgredisce l’equilibrio tra la forte emotività della scenografia e la sobrietà narrativa.
Lo stile cinematografico del film di Ari Folman richiama indubbiamente i celebri “Viet-movies” dei decenni 70 e 80, cioè quei film che, come Platoon, Apocalypse Now, La Sottile linea rossa e tanti altri, hanno proposto uno sguardo critico alla Guerra del Vietnam, con una forte ispirazione psicologica. A tal proposito, per gli amanti di Stanley Kubrick non sarà difficile riconoscere una serie di connessioni ed elementi in comune tra “Valzer con Bashir” e “Full Metal Jacket”, film del 1987 ambientato nei tempi della guerra in Vietnam. Tanto per cominciare, è innegabile come in entrambi i war movies elencati ci sia una sproporzione di visibilità nel rapporto tra le due parti in guerra: l’esercito protagonista da una parte e l’armata ribelle dall’altra. Come i vietcong kubrickiani- o ” musi gialli” per gli stolti armati in stelle e strisce- i palestinesi di Folman sono sempre ripresi da lontano, dalla parte delle truppe “protagoniste”. Essi sono indefinibili, imperscrutabili. Minacciosamente nascosti si muovono nell’ombra come la teppa delle «Brigate della morte» di Carpenter. Che sia un “muso giallo comunista” o un “fanatico terrorista”, l’altro è sempre descritto dalla prospettiva dei protagonisti, i buoni, eroici e democratici portatori di quel vergognoso ossimoro che è la “guerra giusta”.
Nel raccontare la storia di un invasione, sia Folman che Kubrick hanno rovesciato i rapporti del linguaggio narrativo cinematografico. Specialmente per il genere di guerra, in un film “tipizzato” siamo abituati a identificare un buono e un cattivo: il primo gode di maggior luce e attenzine del secondo, che brancola nel buio dell’indefinitezza. Entrambi i registi si sono presi gioco di questo clichè, riprendendo,paradossalmente, i soldati invasori come eroici martiri e i ribelli come i cattivi, colpevoli di essere gli invasi, gli alieni in casa propria.
C’è un altro elemento paradossale e provocatorio che unisce Valzer con Bashir e il celebre Full Metal Jacket: la controversia delle scelte musicali. Il rock’n’roll presente in entrambi i film crea un effetto di contrasto con le immagini di guerra, fatte di bombardamenti, demolizioni, corpi sanguinanti, pallottole in gola e lacrime per chi sopravvive. Una sorta di humour nero in musica, che sveste la depravazione della guerra e la – quasi erotica- perversione del soldato per la virilità del mitra. La provocatorietà di scene simili potrebbe, per triste effetto collaterale, toccare il cuore di qualche bieco fanatico dell’arma. Quanto è eccitante crivellare donne e bambini ascoltando Surfin’ Bird nel tuo bel grossissimo pene cingolato!

Tuttavia, in Valzer con Bashir è decisamente più evidente la direzione di denuncia politica verso le atrocità dei militari, per via della forma documentario che privilegia uno sguardo più lucido rispetto alla visione più psico-patologica dei militari in Full Metal Jacket.
Valzer con Bashir di Ari Folman è un modo originale, sobrio e preciso di trasmettere un chiaro messaggio antimilitarista. Le tecniche che alterano il sentiment dell’ambientazione sono impressionanti, ma non si sovrappongono al messaggio di questo film, che è  piuttosto chiaro: l’uomo finisce dove inizia il soldato .

 

                                                                                                                           Tabart

A Maggio 2014 un film sulla vita di Johnny Thunders, anima senza gloria del punk rock

Un’icona del Punk rock a cui tutti devono qualcosa, una storia affascinante e drammatica che sarà finalmente raccontata in un film-documentario dal titolo Looking for Johnny. La carriera artistica di Johnny Thunders può essere divisa in tre fasi. La prima è quella con la band proto-punk New York Dolls; Johnny Thunders è tra i fondatori, e ci rimane fino al 1975, realizzando i due album più importanti della band, New York Dolls e Too Much Too Soon. Nel 1975 fonda gli Heartbreakers (noti anche come Johnny Thunders and The Heartbreakers), di cui rimanthunders12e un solo ma magnifico album in studio, del 1975, un simbolo per la discografia del Punk: L.A.M.F. (che sta per Like A Mother Fucker). L’ultimo periodo è quello da solista, probabilmente il più sofferto ma anche il più significativo artisticamente. Di questa fase si ricorda soprattutto l’album So Alone, nel quale sono intervenuti anche Paul Cook e Steve Jones dei Sex Pistols. Si tratta di un’opera caratterizzata da liriche sofferte e struggenti, come You Can’t Put Your Arms Around a Memory, canzone che ha ricevuto ben venti cover (tra cui quelle di Blondie e Guns and Roses) ed è stata utilizzata nel film Al di là della vita di Martin Scorsese. Ricorderemmo Johnny Thunders in modo diverso se tutta la sua vita non fosse stata caratterizzata da una forte dipendenza dall’eroina, che l’ha portato alla solitudine e l’ha ucciso nel 1991. Pat Gilbert, nel suo libro The Clash Death or Glory, scrive che mentre Clash e Sex Pistols si spartivano il mercato musicale del Punk, Johnny Thunders non era in grado di far nulla, e nessuna casa discografica voleva assumersi il rischio di prendersi un drogato come lui, nonostante il suo indubbio valore artistico. Un valore che non è mai scomparso e che Johnny ha espresso per tutto l’arco della sua vita. Non si può fare a meno di ricordarlo e valorizzarlo.

Il regista del film sarà lo spagnolo Danny Garcia. Riporto qui una parte dell’intervista che a lui è stata fatta dal sito http://veglam.com/

Puoi dirci qualcosa su di te e sul tuo lavoro?

Sono un regista indipendente, sono nato a Barcellona, ho diretto e prodotto il film The Rise and Fall of The Clash.

Quando e come ti è venuta in mente l’idea di girare un documentario su Johnny Thunders?

Ho sempre amato Johnny Thunders e questa per me è stata una scelta naturale. L’idea è nata nel 2010, ho parlato con alcune delle persone che sono state vicine a Johnny Thunders, la loro risposta è stata positiva ed allora abbiamo capito che la cosa si poteva fare.

Ti ricordi quando hai ascoltato per la prima volta la musica di Johnny Thunders?

Verso la fine della mia adolescenza, grazie ad un album dei New York Dolls. Sin da subito ho amato il suono della chitarra di Johnny Thunders.

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Per questo film hai intervistato molte persone, in che modo le hai scelte? E’ stato facile trovarle? Sono stati tutti d’accordo nell’essere parte del film? Qualcuno che avresti voluto nel film non ha avuto la possibilità di farlo?

Nel 1988 sono stato profondamente influenzato dalla biografia di Johnny Thunders scritta da Nina Antonia, un libro con il quale sono cresciuto: In Cold Blood. Attraverso quest’opera ho scelto le persone da intervistare. Capire chi volevo è stato facile, è stato un po’ più difficile averle tutte nel film ed ottenere il loro consenso per le interviste. Nel complesso, sono molto contento del risultato e della gente che in questo lavoro è intervenuta. Sarebbe stato bello avere nel film anche Richard Hell (Hearbreakers, Vodoids) e David Johansen (New York Dolls), ma non si può sempre avere tutto.

Il tuo progetto è riuscito grazie alle donazioni, in gran parte ottenute grazie alla comunicazione attraverso i social network. Come valuti il riscontro dei fans?

Sono stato positivamente sorpreso e gratificato dall’affetto che i fans, gli amici e la famiglia di Johnny hanno dimostrato. Io mi ritengo un semplice “messaggero” di chi gli voleva bene e di chi lo apprezzava come musicista.

Nel film ci sono dei documenti inediti?

Sì, ci sono vari rari live dei New York Dolls e degli Heartbreakers.

Qual’è il periodo artistico che preferisci tra quelli di Johnny Thunders? E come spieghi lo stato di “icona rock” a cui Johnny Thunders è stato elevato negli ultimi dieci anni?

Indubbiamente il periodo che preferisco è quello degli Heartbreakers, con L.A.M.F. Penso sia uno dei più begli album di sempre. Il fatto che Johnny Thunders negli ultimi dieci anni sia stato tanto apprezzato non è una cosa che mi sorprende. Da sempre, Johnny è stato un grande scrittore di canzoni ed una figura carismatica, affascinante.

Secondo te lo spirito di Johnny Thunders è vivo anche nel 2014?

Certo, lo è ora più che mai!

Quando uscirà il film?

Maggio 2014.

Gabriele Cavalera

Rockman, le origini del Reggae in Puglia. Con un’intervista a Mattia Epifani

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I Sud Sound System delle origini

Troppo spesso accade che, nell’occuparsi di musica e controcultura, ci si dimentichi di analizzare i fenomeni iniziali che hanno dato vita ad un movimento. Rockman di Mattia Epifani segue una direzione diversa: sceglie un fenomeno di cui occuparsi e ne analizza esclusivamente le sue radici, la parte meno visibile – ma la più importante – di esso. Il fenomeno in questione è la nascita e l’affermazione della controcultura Reggae in Puglia. Il film è tratto dal libro Dai Caraibi al Salento, di Tommaso Manfredi. La nascita del Reggae pugliese è raccontata attraverso la storia della sua figura simbolo: Piero Longo, in arte Militant P. Nato nel 1966, barese, è stato uno dei pionieri della musica Reggae italiana. Questo film parla di musica, ma si tratta di una musica che, come dimostra la storia di Militant P, non è mai fine a se stessa, ma diventa mezzo di narrazione di lotte politiche, controcultura e vita vissuta. E’ per questo che in Rockman vengono raccontate anche alcune delle vicende riguardanti il centro sociale barese “La Giungla”, o quello bolognese “Isola nel cantiere”, stabilendo un ponte tra Bologna, Bari e Salento, con un riferimento continuo ai luoghi simbolo del Reggae italiano, come la spiaggia di Torre dell’Orso. Piero Longo ha militato in vari gruppi, dagli Struggle fino ai Sud Sound System, di cui è stato fondatore. Di questi ultimi in particolare Rockman fornisce un’immagine per molti aspetti inedita, visto che viene descritto il periodo in cui Militant P era il leader del gruppo, un periodo in cui i Sud Sound System erano ancora lontani da tutta la visibilità – meritatissima – oggi ottenuta.

Per approfondire l’argomento ho posto delle domande al regista di Rockman, Mattia Epifani, che ringrazio per la sua disponibilità.

In pochissimi conoscevano Militant P prima dell’uscita del tuo film Rockman, nonostante l’importanza che questa figura ha avuto per la controcultura pugliese (e non solo). Qual’è stato il tuo primo approccio alla storia di Militant P? E quant’è stato importante il lavoro di Tommaso Manfredi (autore del libro Dai Caraibi al Salento da cui è tratto il film)?

Tommaso Manfredi e Davide Barletti, i due produttori del film, mi chiamarono per collaborare alla realizzazione di un documentario sulla storia del reggae in Puglia ispirato al libro “Dai Caraibi al Salento”, scritto dallo stesso Tommaso. Accettai e iniziammo un lungo lavoro di documentazione che ci portò a selezionare parecchio materiale di archivio legato all’undeground pugliese a partire dai primi anni ‘80. Più questo lavoro di documentazione andava avanti e più mi convincevo che fare un film sulla cronistoria del reggae in Puglia sarebbe stato riduttivo rispetto alla possibilità di raccontare il percorso di emancipazione giovanile e di lotta politica che lo aveva generato e che fine avesse fatto quel percorso. Così pensai che il modo migliore per raccontare questa storia era quello di usare Militant P come simbolo di un’intera generazione, il personaggio simbolo di un movimento culturale, artistico e sociale che nei primi Anni ’90 aveva raggiunto l’apice e, subito dopo, il declino.

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Militant P

Rockman racconta le origini del Reggae in Puglia, e quindi si ferma al 1994 circa. Sarebbe interessante avere un punto di vista autorevole anche su ciò che è successo dopo. L’idea di realizzare un seguito di Rockman ti è mai venuta in mente?

Lavorando a Rockman, soprattutto in fase di montaggio, pensavo che sarebbe stato possibile realizzare un secondo atto del film. Ma quest’idea durò molto poco. Capii che un seguito di Rockman avrebbe tradito una delle idee per me più importanti del film, cioè quella che Militant P “muore” insieme alla sua generazione a metà Anni ’90. Ciò che viene dopo questo periodo è “solo” musica e impegno individuale dei singoli artisti. In sostanza, dalla seconda metà dei ’90 viene meno il concetto di generazione in lotta”. Un eventuale seguito di Rockman sarebbe stato solo una cronaca dei fenomeni musicali che hanno fatto seguito a quel periodo e a me questa prospettiva non interessava.

Ho visto Rockman almeno dieci volte, la prima delle quali nel 2010 alla libreria Ergot di Lecce. In quel periodo ascoltavo soprattutto Punk 77 ma, allo stesso tempo, conoscevo – e conosco – a memoria ogni singola parola della raccolta dei Sud Sound System Tradizioni. Non ho mai amato le divisioni tra le varie scene artistiche. E, per questo, fui piacevolmente sorpreso nel vedere che il tuo film, in vari momenti, mostrava dei gruppi che suonavano generi totalmente diversi, accomunati però da alcune lotte politiche che facevano passare in secondo piano le varie differenze musicali. Mi sembra che questo sia un importante messaggio di unione. Era effettivamente così?

Io, come molti miei coetanei, ho conosciuto solo lo strascico di quella realtà culturale, quindi personalmente posso parlare solo di ciò che è avvenuto da metà anni ’90 in poi. Per molti ragazzi della mia generazione condividere i valori di quelle sottoculture e far parte di quei movimenti significava credere in qualcosa, sentirsi parte di qualcosa di più grande, condividere un modo di intendere la società, l’arte, la politica, la vita in generale. Ma non ho vissuto quel conflitto generazionale che ho trovato documentandomi su Rockman. In un certo senso per noi il terreno era già pronto. Certo, le differenze di genere esistevano eccome, ma erano differenze prettamente estetiche. Io, ad esempio, ero vicino al movimento hip hop. Ricordo che andavamo di notte a fare i graffiti sui treni della stazione, producevamo basi con il campionatore e con i giradischi e occupavamo i portici dei centri commerciali per ballare breakdance. Eravamo in contrasto netto con chi invece suonava Metal o Punk negli scantinati e studiava ore e ore per imparare a suonare uno strumento. Loro ci consideravano degli americanizzati”. A distanza di anni, però, mi rendo conto che eravamo accomunati tutti dalla stessa idea: “meglio vivere da emarginati che da mediocri”. Quello che tutti noi cercavamo era un mezzo a basso costo e a forte impatto per poterci esprimere e dare sfogo alle nostre idee. In particolare ricordo quanti ragazzini come me rimasero a bocca aperta quando videro il live dei Sud Sound System nel ’94 alla Villa comunale di Lecce durante una delle ultime Feste dell’Unità. Per molti di noi quello fu l’inizio di qualcosa. Credo che la condivisione di questi valori di antiomologazione e di lotta alla mediocrità sia il vero patrimonio che le sottoculture ci hanno lasciato.

Il Reggae, storicamente, è stato anche mezzo per lanciare dei messaggi politici. Dalla Giamaica fino al Salento. E negli ultimi dieci anni si è molto diffusa, soprattutto tra i giovani, una grande ammirazione per artisti come Buju Banton, Sizzla, Capleton ecc. Questi artisti nelle loro canzoni inneggiano al razzismo, all’omofobia, al sessismo. Come giudichi questa tendenza? Pensi che sia sempre esistita nella musica giamaicana?

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Una dancehall dei Sud Sound System alla Mantagnata occupata, a San Foca, nel 1992

Non sono un grande conoscitore della cultura giamaicana, quindi non conosco a fondo i motivi che hanno spinto storicamente gli artisti giamaicani a farsi portabandiera di questi messaggi. Credo siano legati ad alcune matrici culturali che affondano le radici nel rastafarianesimo. Ci tengo a sottolineare che il fenomeno reggae pugliese, almeno nella sua complessità sociale, non ha connessioni dirette con la cultura giamaicana, tanto meno con il rastafarianesimo. L’esperienza pugliese nasce sulla scia dei rude boy londinesi, quindi ha relazioni con il punk e il rock. La Giamaica è sullo sfondo, almeno in un primo momento.

Militant P diceva “l’importante, credimi, è comunicare”. La comunicazione, oggi in particolare, è un tema fondamentale. Una grossa parte della vita e della condivisione si sono spostate su Internet e soprattutto sui social network, nuovi mezzi di comunicazione con cui tutti inevitabilmente dobbiamo fare i conti. Molte delle dinamiche di aggregazione e di socialità descritte in Rockman, anche per questi motivi, sembrano lontanissime. Come valuti questo cambiamento? Ed in che modo secondo te la scena musicale o l’attivismo politico sono influenzati da Internet?

La comunicazione è una parola di cui oggi si abusa e che sembra aver perso il suo significato e sappiamo tutti quanto siano cambiate le dinamiche relazionali con l’affermarsi dei social media. A riguardo c’è una vasta letteratura e non serve certo il mio contributo. Sono convinto, però, che le dinamiche di aggregazione sociale abbiano senso nel periodo in cui si determinano e non credo siano morte a causa dell’avvento della Rete; sono “semplicemente” cambiate. Per quanto riguarda la musica il discorso è molto simile. Sono nate nuove esigenze per gli artisti e ci si è adattati al nuovo mezzo digitale, nel bene e nel male. Vent’anni fa molti musicisti avrebbero potuto solo sognare un mezzo low cost in grado di far conoscere la propria musica a migliaia di persone in tutto il mondo. Demonizzare a priori le nuove tecnologie è come guardare il mondo dallo specchietto retrovisore. Di contro, i social media e le nuove tecnologie della comunicazione possono restituire un’immagine illusoria del panorama artistico, con il rischio di assistere alla nascita di una pletora di incapaci plagiati dalle stesse tecnologie che pensano di poter dominare. L’importante è interpretare i social media e Internet come una possibilità in più rispetto a un percorso di ricerca etica ed estetica molto complesso, che si sviluppa anche al di fuori della Rete.

Spesso, riferendoti alla generazione descritta nel film Rockman, hai parlato di “ultima generazione resistente da un punto di vista artistico”. Cosa intendi?

Quella di fine Anni ’80 inizio ’90 è stata a mio avviso l’ultima generazione che ha condotto un tipo di lotta politica collettiva attraverso le arti, innovando la tradizione di militanza artistica nata negli Anni 70 e che a sua volta affonda le sue radici storiche nella lotta partigiana. Ciò avvenne perché ai valori della cultura politica italiana, sdoganata dalla retorica politichese in cui si era impantanata la precedente generazione, si unirono l’estetica e i contenuti delle sottoculture urbane importate da Stati Uniti, Gran Bretagna, ecc. In Italia, dalla metà degli Anni ’90 in poi, l’impegno politico nell’arte lo si registra solo nell’esperienza di singoli artisti o di piccoli gruppi, ma non credo si possa parlare oggi di una generazione di artisti che portano avanti una resistenza culturale come fosse un movimento unico.

Negli ultimi anni, soprattutto nel Salento ed in Puglia, tutti sembrano essersi accorti dell’importanza della musica Reggae. Anche le istituzioni cominciano a spingerla, cosa che certamente non succedeva ai tempi di Rockman. Non penso sia sbagliato affermare che, in questo modo, la musica si è inevitabilmente allontanata dai circuiti underground per prendere una direzione nuova, probabilmente più commerciale. Sei d’accordo? Pensi che questo fatto modifichi l’essenza della musica Reggae italiana?

Non credo ci sia un’unica verità a riguardo. Certamente può accadere che facendo il salto nel mainstream qualsiasi forma di espressione artistica, soprattutto se politicamente orientata, possa perdere forza ed efficacia. Il mercato impone delle regole e dei ritmi e chi non riesce a starci dietro inevitabilmente si perde. Il mainstream ha la forza di neutralizzare l’arte come agitatore sociale, ma riesce anche a potenziarla. Tuttavia, credo che sia un falso problema quello di contrapporre l’arte alla sua vendibilità. Quanto alla musica possiamo distinguere tra buona musica e pessima musica. E il reggae non fa eccezione. Il problema semmai è l’uderground. Quest’ultimo è sempre stato un serbatoio prezioso per il mercato musicale, ma adesso è a rischio. Il mainstream lo sta saccheggiando e riducendo a spettacolo di intrattenimento. Il pericolo più grande che vedo sta proprio nella spettacolarizzazione dell’underground, nella sua istituzionalizzazione all’interno di modelli estetici e comunicativi già troppo codificati. Detto ciò, i circuiti musicali underground esistono ed esisteranno anche in seguito, certo non sono forti e visibili, mentre oggi è la musica così detta “commerciale” ad essere più in vista. Bisogna comunque ricordarsi che un artista ambisce sempre a vivere del suo lavoro.


Gabriele Cavalera

L’ALTRA CITTÀ: Agonismo, Antagonismo, Gol-iardia!

Docu-film di Cristian Sabatelli e Pippo Cariglia (2012)

altra-città-documentario-565x288Siamo a Lecce, città nota ai più come culla del barocco, bella e luminosa, con i suoi palazzi in pietra leccese che hanno ingraziosito le riprese di non pochi registi, giunti nel capoluogo salentino per girare i loro film. Da Ozpetek al drone che nell’estate 2013 è stato puntato su Lecce (qui armato di videocamera invece che di missili). Esempi di cine-occhi attratti dal capoluogo salentino non mancano di certo. Riconosciuta come la “porta d’Oriente” d’Europa, Lecce vuole concorrere tra le città più attive e tolleranti nei rapporti interculturali.

Ma scavalchiamo gli stereotipi e allontaniamoci dalle vie del centro sterilizzate dalle marginalità sociali. Due giovani registi che conoscono e vivono la realtà di strada leccese si inoltrano nella periferia, più precisamente all’ “Opis” – l’ ex ospedale psichiatrico di Lecce -, per raccontare con “L’Altra Città” un’altra Lecce appunto, quella più vera e vissuta. Alle spalle del vecchio manicomio c’è un campetto di calcio dove, ormai da cinque anni, ha successo un progetto sportivo di forte impatto politico, senza precedenti nella città: “Calcio Senza Confini”, un torneo di calcio popolare radicato sui valori di solidarietà, antirazzismo e antifascismo, dove gli appassionati del pallone, del Borghetti, della baldoria collettiva e della libertà si riuniscono nella sfida e nella gioia. Ed è dalle comunità di immigrati, protagonisti di questo spazio senza barriere culturali, che Cristian Sabatelli e Pippo Cariglia partono per dare voce a chi viene eclissato nell’ombra della “città-bomboniera”. Sono tanti gli immigrati leccesi che partecipano a Calcio Senza Confini, sia in campo che sugli spalti, alcuni dei quali raccontano nel docu-film gli ostacoli che hanno dovuto affrontare per arrivare fino in Italia. Difficoltà che spesso si ripresentano, per via della burocrazia di Stato che attanaglia le vite di donne e uomini, quotidianamente minacciati dallo spettro dell’espulsione o della reclusione nei Centri di Identificazione ed Espulsione. I ricordi atroci del “Regina Pacis” riecheggiano nelle parole di chi testimonia la vita da clandestino in Europa.

Finalmente con “L’Altra Città” si entra nel vivo dello scenario extracomunitario in un modo del tutto inedito e sincero, scoprendo le differenze culturali tra le diverse comunità etniche che vivono dentro e intorno a Lecce. Il villaggio rom “Panareo” e la fierezza di chi ci vive, i condomini abitati dalle famiglie marocchine e da giovani senegalesi, carichi di ambizioni musicali; tutti luoghi “insonorizzati”, isolati dalla Movida, impercettibili dai leccesi benpensanti. Mai in precedenza si è aperta una finestra interculturale che si affacci al vissuto di persone che, dalla città che brama il titolo di “Capitale della cultura”, hanno maggiormente ricevuto sfruttamento e ignoranza.

L’Altra Città” è una produzione Zerobudget, in collaborazione con Bfake e Bpress. Questo docu-film senza toni da reportage e patetici sensazionalismi fa dello sport un veicolo di giustizia sociale e felicità collettiva, antagonista al capitalismo sportivo e al razzismo che spesso si ritrova tra gli stadi e la strada. Le storie raccontate da chi partecipa nel docu-film rendono l’idea di cosa sia la Giustizia di Stato nei confronti degli immigrati: la loro colpa è di non essere italiani. Tutto questo è raccontato prima, durante e dopo le partite di “Calcio senza Confini”, un evento che considero una parte di quel pezzetto di Lecce che posso ancora ritenere libera e felice.

                                                                                                                                                                                                             Federico

Fresia: un film che non è all’altezza della storia che racconta

Il 7 Gennaio 2013 è stato presentato, al Db d’Essai di Lecce, il film “Fresia” di Corrado Punzi, finanziato da Apulia Film Commission. La sala del Db d’Essai ha raccolto più di cinquecento persone, molte delle quali sono rimaste in piedi per tutta la durata del film. Raramente a Lecce ci è capitato di vedere tanto interesse e partecipazione per un film. Le aspettative erano altissime.

“Fresia” racconta la storia di una donna (Fresia, appunto) che ha perso il marito Omar Venturelli durante la brutale dittatura di Pinochet, in Cile. Fresia, dopo la scomparsa del marito, ha deciso di passare il resto della propria vita a cercare giustizia. Negli ultimi mesi della sua esistenza, pur afflitta da un grave tumore, riesce finalmente a trovarsi faccia a faccia in un tribunale di Roma con colui che è ritenuto responsabile dell’omicidio e delle torture inflitte ad Omar Venturelli: Alfonso Podlech. Il film segue il processo, fino alla fine, e lo fa attraverso lo sguardo dell’avvocatessa leccese Marta Vignola.

La storia personale di Fresia è appassionante. Fresia e suo marito Omar Venturelli credevano nel socialismo di Salvador Allende, presidente democraticamente eletto poi assassinato con il colpo di stato (sostenuto dagli Stati Uniti) di Augusto Pinochet. E per questo, entrambi hanno pagato. Omar con la morte, Fresia con l’esilio. Nonostante le difficoltà che hanno caratterizzato tutta la vita della protagonista del film, conoscere la sua storia è qualcosa che riempie di fiducia. Perchè Fresia ha lottato ed ha creduto fermamente in una causa, dedicando alla ricerca della verità e della giustizia tutta la sua vita. E questa fede così forte è una cosa bellissima, rara. Ma la storia di Fresia, per quanto ammirevole sia, non basta per rendere ammirevole anche il film che ha tentato di raccontarla.

“Fresia” di Corrado Punzi è un progetto interessante, ma risulta decisamente noioso. La narrazione è lenta, le inquadrature stancano, e mai si riesce a capire bene ciò che sta succedendo. Sembra di vedere delle riprese fatte in modo amatoriale. Difficile mettere in dubbio il fatto che riprendere un processo giudiziario e montarlo sia un’operazione assai complessa. Non si può richiedere troppo. Ma si poteva ottenere decisamente di più, per rendere il film più godibile e chiaro. Molte delle cose che il film ha espresso possono essere percepite pienamente solo se ci si informa sulla storia di Fresia prima della visione del film. Nulla è espresso autorevolmente, molte interpretazioni del racconto sembrano lasciate al caso, e nelle storie di questo tipo non dovrebbe essere così.

Il governo italiano, attraverso la sua “giustizia”, ha rimesso in vita, 36 anni dopo, la brutalità della dittatura di Pinochet: non una parola critica viene spesa nel film per stimolare delle riflessioni sul modo in cui il processo si è svolto, sul modo in cui si è concluso, e non si dice nulla sul fatto che lo stato italiano sia stato – evidentemente – complice della crudeltà inflitta a Fresia. Inoltre molte scene puntano a commuovere, e questa è una cosa che imbarazza tantissimo lo spettatore attento, mentre rende glorioso il film agli occhi di uno spettatore che ha la “lacrima facile”.

Una storia come quella di Fresia meritava una narrazione migliore, all’altezza della vita di una donna la cui vicenda ha un sapore eroico.

Gabriele Cavalera

Federico Oliva