Cinema in Puglia

IN GRAZIA DI DIO DI EDOARDO WINSPEARE

 

Negli ultimi anni tutti parlano di crisi e la mia impressione è che non tutti lo facciano per un reale interesse nei confronti di chi la soffre, ma perchè alcuni argomenti, in un certo periodo, diventano “di moda”. Guardando In Grazia di Dio ho avuto immediatamente un’impressione diversa. Pur non avendo mai visto nulla di Edoardo Winspeare, già dopo venti minuti dall’inizio del film sentivo che il regista era in graziaempatia con il contesto descritto. In Grazia di Dio racconta la storia di una famiglia del basso Salento che, a causa della crisi economica, è costretta a chiudere la propria sartoria ed a vendere casa per andare a vivere in campagna, dedicandosi alla coltivazione della terra. Le quattro protagoniste devono abbandonare molte delle cose a cui sono legate. Per loro, il trasferimento in campagna – non voluto – è sinonimo di fallimento sociale e decadenza. I rapporti parentali ne sono totalmente condizionati, in senso negativo. Solo la nonna, la figura più anziana del film, riesce a mantenere un certo contegno. Ma dopo un primo periodo di disagio, la campagna ed i nuovi ritmi che questa impone diventano un modo per riscoprire se stessi ed il rapporto con l’altro. In Grazia di Dio è un film profondamente realistico. Chi conosce il Salento “umile” se ne accorge subito. Non ci sono personaggi “perfetti”. Dall’inizio alla fine viene parlato esclusivamente il dialetto salentino, con sottotitoli in italiano. Mancano grandi attori nel senso classico del termine, ed il tutto è stato realizzato con un budget molto basso. Ma si tratta di un’opera riuscita benissimo. Guardando questo film si ha l’impressione di conoscere personalmente protagonisti e comparse del film, perchè sono stereotipi di persone che caratterizzano qualsiasi piccolo paese del Salento. Le due grazia1ore del film scorrono velocemente; la fotografia è così bella al punto che molti dei fotogrammi del film potrebbero essere dei quadri. Ci sono degli spezzoni che avrebbero un grande valore anche se fossero presi singolarmente.


Winspeare non scade nella banalità raccontando un contesto così difficile. Per due motivi. Innanzitutto, il film non ha come scopo aprioristico quello di commuovere, non c’è un tentativo continuo di fare leva sulle emozioni dello spettatore per farlo piangere banalmente. Viene descritta la realtà, che a volte è tragica, altre volte commuove, infastidisce, entusiasma o diverte. Secondo: non c’è il lieto fine. C’è molto di più. La realtà non è idilliaca come a volte il cinema vuole farci credere. I protagonisti del film sono costretti a “tagliare” alcune delle proprie altezze, ad abbandonare alcuni dei loro desideri. Questo non vuol dire fallire, ma rinascere. In effetti questo non è soltanto un film sulla crisi: la difficoltà economica viene usata come un pretesto per lanciare un messaggio molto più ampio. In Grazia di Dio riempie di fiducia, perchè dimostra che uno dei modi possibili per avvicinarsi alla serenità è quello di ridimensionare se stessi, facendo un passo indietro rispetto a delle illusioni che spesso vengono percepite come bisogni fondamentali.

Gabriele Cavalera

 

Allacciate le cinture, arrivano 110 minuti di noia

 

Allacciate le cinture di Ferzan Ozpetek è stato interamente girato a Lecce nell’estate del 2013. E’ un’opera deludente, noiosa, in vari momenti snervante. Il film descrive le vicende di vari personaggi che si intrecciano tra di loro, ma è principalmente incentrato su un improbabile amore tra Elena (Kasia Smutniak) ed Antonio (Francesco Arca, ex tronista di Uomini e Donne). Si tratta di due persone che all’inizio dallacciate-le-cinture-poster-ferzan-ozpetekel film si odiano e che, da un momento all’altro, cominciano ad amarsi. Questa storia d’amore è basata sull’enunciato – valido in fisica ma non in amore – secondo il quale “gli opposti si attraggono”. Basta questo, ad Ozpetek, per inventarsi una relazione che non avrebbe mai visto la luce nella vita vera. Durante tutto l’arco del film, in effetti, non si trova neppure un buon motivo per il quale Elena ed Antonio dovrebbero stare insieme. Anche perchè tra di loro non hanno quasi mai parlato. La figura di Antonio è, per certi aspetti, offensiva: perchè è lo stereotipo dell’uomo povero, ignorante, omofobo. Ad un certo punto del film subentra la malattia: Elena scoprirà, casualmente, di avere un tumore al seno. Di in qui in poi il film tenterà di fare leva sulle emozioni dello spettatore per commuoverlo. La “scena madre” di Allacciate le cinture è quella di sesso, in ospedale, durante la malattia di Elena. Antonio forza Elena a fare ciò che non voleva fare. E’ una scena che ha un sapore violento ed inverosimile. Difficile pensare che una donna che soffre un tumore ad un livello così avanzato ed in un momento così difficile, in un letto d’ospedale, abbia voglia di fare sesso con un uomo che, tra l’altro, aveva cominciato a disprezzarla appena venuto a conoscenza della sua malattia. Allacciate le cinture ricorda i più bassi esempi di fiction: lo dimostrano la struttura corale, la costante presenza del melodrammatico, gli amori e i tradimenti che si affiancano a delle tragedie, la scontatezza della trama e la banalità dell’ironia.

A Lecce questo film è stato elogiato da tutti i critici locali. Ciò non sorprende. Inevitabile, a proposito, una triste constatazione: per l’ennesima volta si cerca di valorizzare delle opere che non hanno nessun valore, solo perchè realizzate nella nostra città. Basta così poco per abbandonare il proprio spirito critico? A quanto pare sì. Il principio è questo: se un qualsiasi artista onora il Salento della sua presenza, allora non possiamo che essergli grati, mettendo da parte la nostra passione. Lo stesso vale per i registi salentini: vanno tutti elogiati, indistintamente.

Due cose ho apprezzato veramente di questo film. Innanzitutto la città di Lecce, onorata in molte scene del film, attraverso delle magnifiche inquadrature, come quella iniziale sotto la pioggia. Secondo: la splendida cover della canzone A mano a mano di Riccardo Cocciante, cantata da Rino Gaetano, colonna sonora del film. Ascoltando Rino Gaetano provo sempre una sensazione di sollievo, serenità, soprattutto in un momento “difficile” come è quello della visione di un film deludente.

Gabriele Cavalera

 

 

Rockman, le origini del Reggae in Puglia. Con un’intervista a Mattia Epifani

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I Sud Sound System delle origini

Troppo spesso accade che, nell’occuparsi di musica e controcultura, ci si dimentichi di analizzare i fenomeni iniziali che hanno dato vita ad un movimento. Rockman di Mattia Epifani segue una direzione diversa: sceglie un fenomeno di cui occuparsi e ne analizza esclusivamente le sue radici, la parte meno visibile – ma la più importante – di esso. Il fenomeno in questione è la nascita e l’affermazione della controcultura Reggae in Puglia. Il film è tratto dal libro Dai Caraibi al Salento, di Tommaso Manfredi. La nascita del Reggae pugliese è raccontata attraverso la storia della sua figura simbolo: Piero Longo, in arte Militant P. Nato nel 1966, barese, è stato uno dei pionieri della musica Reggae italiana. Questo film parla di musica, ma si tratta di una musica che, come dimostra la storia di Militant P, non è mai fine a se stessa, ma diventa mezzo di narrazione di lotte politiche, controcultura e vita vissuta. E’ per questo che in Rockman vengono raccontate anche alcune delle vicende riguardanti il centro sociale barese “La Giungla”, o quello bolognese “Isola nel cantiere”, stabilendo un ponte tra Bologna, Bari e Salento, con un riferimento continuo ai luoghi simbolo del Reggae italiano, come la spiaggia di Torre dell’Orso. Piero Longo ha militato in vari gruppi, dagli Struggle fino ai Sud Sound System, di cui è stato fondatore. Di questi ultimi in particolare Rockman fornisce un’immagine per molti aspetti inedita, visto che viene descritto il periodo in cui Militant P era il leader del gruppo, un periodo in cui i Sud Sound System erano ancora lontani da tutta la visibilità – meritatissima – oggi ottenuta.

Per approfondire l’argomento ho posto delle domande al regista di Rockman, Mattia Epifani, che ringrazio per la sua disponibilità.

In pochissimi conoscevano Militant P prima dell’uscita del tuo film Rockman, nonostante l’importanza che questa figura ha avuto per la controcultura pugliese (e non solo). Qual’è stato il tuo primo approccio alla storia di Militant P? E quant’è stato importante il lavoro di Tommaso Manfredi (autore del libro Dai Caraibi al Salento da cui è tratto il film)?

Tommaso Manfredi e Davide Barletti, i due produttori del film, mi chiamarono per collaborare alla realizzazione di un documentario sulla storia del reggae in Puglia ispirato al libro “Dai Caraibi al Salento”, scritto dallo stesso Tommaso. Accettai e iniziammo un lungo lavoro di documentazione che ci portò a selezionare parecchio materiale di archivio legato all’undeground pugliese a partire dai primi anni ‘80. Più questo lavoro di documentazione andava avanti e più mi convincevo che fare un film sulla cronistoria del reggae in Puglia sarebbe stato riduttivo rispetto alla possibilità di raccontare il percorso di emancipazione giovanile e di lotta politica che lo aveva generato e che fine avesse fatto quel percorso. Così pensai che il modo migliore per raccontare questa storia era quello di usare Militant P come simbolo di un’intera generazione, il personaggio simbolo di un movimento culturale, artistico e sociale che nei primi Anni ’90 aveva raggiunto l’apice e, subito dopo, il declino.

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Militant P

Rockman racconta le origini del Reggae in Puglia, e quindi si ferma al 1994 circa. Sarebbe interessante avere un punto di vista autorevole anche su ciò che è successo dopo. L’idea di realizzare un seguito di Rockman ti è mai venuta in mente?

Lavorando a Rockman, soprattutto in fase di montaggio, pensavo che sarebbe stato possibile realizzare un secondo atto del film. Ma quest’idea durò molto poco. Capii che un seguito di Rockman avrebbe tradito una delle idee per me più importanti del film, cioè quella che Militant P “muore” insieme alla sua generazione a metà Anni ’90. Ciò che viene dopo questo periodo è “solo” musica e impegno individuale dei singoli artisti. In sostanza, dalla seconda metà dei ’90 viene meno il concetto di generazione in lotta”. Un eventuale seguito di Rockman sarebbe stato solo una cronaca dei fenomeni musicali che hanno fatto seguito a quel periodo e a me questa prospettiva non interessava.

Ho visto Rockman almeno dieci volte, la prima delle quali nel 2010 alla libreria Ergot di Lecce. In quel periodo ascoltavo soprattutto Punk 77 ma, allo stesso tempo, conoscevo – e conosco – a memoria ogni singola parola della raccolta dei Sud Sound System Tradizioni. Non ho mai amato le divisioni tra le varie scene artistiche. E, per questo, fui piacevolmente sorpreso nel vedere che il tuo film, in vari momenti, mostrava dei gruppi che suonavano generi totalmente diversi, accomunati però da alcune lotte politiche che facevano passare in secondo piano le varie differenze musicali. Mi sembra che questo sia un importante messaggio di unione. Era effettivamente così?

Io, come molti miei coetanei, ho conosciuto solo lo strascico di quella realtà culturale, quindi personalmente posso parlare solo di ciò che è avvenuto da metà anni ’90 in poi. Per molti ragazzi della mia generazione condividere i valori di quelle sottoculture e far parte di quei movimenti significava credere in qualcosa, sentirsi parte di qualcosa di più grande, condividere un modo di intendere la società, l’arte, la politica, la vita in generale. Ma non ho vissuto quel conflitto generazionale che ho trovato documentandomi su Rockman. In un certo senso per noi il terreno era già pronto. Certo, le differenze di genere esistevano eccome, ma erano differenze prettamente estetiche. Io, ad esempio, ero vicino al movimento hip hop. Ricordo che andavamo di notte a fare i graffiti sui treni della stazione, producevamo basi con il campionatore e con i giradischi e occupavamo i portici dei centri commerciali per ballare breakdance. Eravamo in contrasto netto con chi invece suonava Metal o Punk negli scantinati e studiava ore e ore per imparare a suonare uno strumento. Loro ci consideravano degli americanizzati”. A distanza di anni, però, mi rendo conto che eravamo accomunati tutti dalla stessa idea: “meglio vivere da emarginati che da mediocri”. Quello che tutti noi cercavamo era un mezzo a basso costo e a forte impatto per poterci esprimere e dare sfogo alle nostre idee. In particolare ricordo quanti ragazzini come me rimasero a bocca aperta quando videro il live dei Sud Sound System nel ’94 alla Villa comunale di Lecce durante una delle ultime Feste dell’Unità. Per molti di noi quello fu l’inizio di qualcosa. Credo che la condivisione di questi valori di antiomologazione e di lotta alla mediocrità sia il vero patrimonio che le sottoculture ci hanno lasciato.

Il Reggae, storicamente, è stato anche mezzo per lanciare dei messaggi politici. Dalla Giamaica fino al Salento. E negli ultimi dieci anni si è molto diffusa, soprattutto tra i giovani, una grande ammirazione per artisti come Buju Banton, Sizzla, Capleton ecc. Questi artisti nelle loro canzoni inneggiano al razzismo, all’omofobia, al sessismo. Come giudichi questa tendenza? Pensi che sia sempre esistita nella musica giamaicana?

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Una dancehall dei Sud Sound System alla Mantagnata occupata, a San Foca, nel 1992

Non sono un grande conoscitore della cultura giamaicana, quindi non conosco a fondo i motivi che hanno spinto storicamente gli artisti giamaicani a farsi portabandiera di questi messaggi. Credo siano legati ad alcune matrici culturali che affondano le radici nel rastafarianesimo. Ci tengo a sottolineare che il fenomeno reggae pugliese, almeno nella sua complessità sociale, non ha connessioni dirette con la cultura giamaicana, tanto meno con il rastafarianesimo. L’esperienza pugliese nasce sulla scia dei rude boy londinesi, quindi ha relazioni con il punk e il rock. La Giamaica è sullo sfondo, almeno in un primo momento.

Militant P diceva “l’importante, credimi, è comunicare”. La comunicazione, oggi in particolare, è un tema fondamentale. Una grossa parte della vita e della condivisione si sono spostate su Internet e soprattutto sui social network, nuovi mezzi di comunicazione con cui tutti inevitabilmente dobbiamo fare i conti. Molte delle dinamiche di aggregazione e di socialità descritte in Rockman, anche per questi motivi, sembrano lontanissime. Come valuti questo cambiamento? Ed in che modo secondo te la scena musicale o l’attivismo politico sono influenzati da Internet?

La comunicazione è una parola di cui oggi si abusa e che sembra aver perso il suo significato e sappiamo tutti quanto siano cambiate le dinamiche relazionali con l’affermarsi dei social media. A riguardo c’è una vasta letteratura e non serve certo il mio contributo. Sono convinto, però, che le dinamiche di aggregazione sociale abbiano senso nel periodo in cui si determinano e non credo siano morte a causa dell’avvento della Rete; sono “semplicemente” cambiate. Per quanto riguarda la musica il discorso è molto simile. Sono nate nuove esigenze per gli artisti e ci si è adattati al nuovo mezzo digitale, nel bene e nel male. Vent’anni fa molti musicisti avrebbero potuto solo sognare un mezzo low cost in grado di far conoscere la propria musica a migliaia di persone in tutto il mondo. Demonizzare a priori le nuove tecnologie è come guardare il mondo dallo specchietto retrovisore. Di contro, i social media e le nuove tecnologie della comunicazione possono restituire un’immagine illusoria del panorama artistico, con il rischio di assistere alla nascita di una pletora di incapaci plagiati dalle stesse tecnologie che pensano di poter dominare. L’importante è interpretare i social media e Internet come una possibilità in più rispetto a un percorso di ricerca etica ed estetica molto complesso, che si sviluppa anche al di fuori della Rete.

Spesso, riferendoti alla generazione descritta nel film Rockman, hai parlato di “ultima generazione resistente da un punto di vista artistico”. Cosa intendi?

Quella di fine Anni ’80 inizio ’90 è stata a mio avviso l’ultima generazione che ha condotto un tipo di lotta politica collettiva attraverso le arti, innovando la tradizione di militanza artistica nata negli Anni 70 e che a sua volta affonda le sue radici storiche nella lotta partigiana. Ciò avvenne perché ai valori della cultura politica italiana, sdoganata dalla retorica politichese in cui si era impantanata la precedente generazione, si unirono l’estetica e i contenuti delle sottoculture urbane importate da Stati Uniti, Gran Bretagna, ecc. In Italia, dalla metà degli Anni ’90 in poi, l’impegno politico nell’arte lo si registra solo nell’esperienza di singoli artisti o di piccoli gruppi, ma non credo si possa parlare oggi di una generazione di artisti che portano avanti una resistenza culturale come fosse un movimento unico.

Negli ultimi anni, soprattutto nel Salento ed in Puglia, tutti sembrano essersi accorti dell’importanza della musica Reggae. Anche le istituzioni cominciano a spingerla, cosa che certamente non succedeva ai tempi di Rockman. Non penso sia sbagliato affermare che, in questo modo, la musica si è inevitabilmente allontanata dai circuiti underground per prendere una direzione nuova, probabilmente più commerciale. Sei d’accordo? Pensi che questo fatto modifichi l’essenza della musica Reggae italiana?

Non credo ci sia un’unica verità a riguardo. Certamente può accadere che facendo il salto nel mainstream qualsiasi forma di espressione artistica, soprattutto se politicamente orientata, possa perdere forza ed efficacia. Il mercato impone delle regole e dei ritmi e chi non riesce a starci dietro inevitabilmente si perde. Il mainstream ha la forza di neutralizzare l’arte come agitatore sociale, ma riesce anche a potenziarla. Tuttavia, credo che sia un falso problema quello di contrapporre l’arte alla sua vendibilità. Quanto alla musica possiamo distinguere tra buona musica e pessima musica. E il reggae non fa eccezione. Il problema semmai è l’uderground. Quest’ultimo è sempre stato un serbatoio prezioso per il mercato musicale, ma adesso è a rischio. Il mainstream lo sta saccheggiando e riducendo a spettacolo di intrattenimento. Il pericolo più grande che vedo sta proprio nella spettacolarizzazione dell’underground, nella sua istituzionalizzazione all’interno di modelli estetici e comunicativi già troppo codificati. Detto ciò, i circuiti musicali underground esistono ed esisteranno anche in seguito, certo non sono forti e visibili, mentre oggi è la musica così detta “commerciale” ad essere più in vista. Bisogna comunque ricordarsi che un artista ambisce sempre a vivere del suo lavoro.


Gabriele Cavalera

L’ALTRA CITTÀ: Agonismo, Antagonismo, Gol-iardia!

Docu-film di Cristian Sabatelli e Pippo Cariglia (2012)

altra-città-documentario-565x288Siamo a Lecce, città nota ai più come culla del barocco, bella e luminosa, con i suoi palazzi in pietra leccese che hanno ingraziosito le riprese di non pochi registi, giunti nel capoluogo salentino per girare i loro film. Da Ozpetek al drone che nell’estate 2013 è stato puntato su Lecce (qui armato di videocamera invece che di missili). Esempi di cine-occhi attratti dal capoluogo salentino non mancano di certo. Riconosciuta come la “porta d’Oriente” d’Europa, Lecce vuole concorrere tra le città più attive e tolleranti nei rapporti interculturali.

Ma scavalchiamo gli stereotipi e allontaniamoci dalle vie del centro sterilizzate dalle marginalità sociali. Due giovani registi che conoscono e vivono la realtà di strada leccese si inoltrano nella periferia, più precisamente all’ “Opis” – l’ ex ospedale psichiatrico di Lecce -, per raccontare con “L’Altra Città” un’altra Lecce appunto, quella più vera e vissuta. Alle spalle del vecchio manicomio c’è un campetto di calcio dove, ormai da cinque anni, ha successo un progetto sportivo di forte impatto politico, senza precedenti nella città: “Calcio Senza Confini”, un torneo di calcio popolare radicato sui valori di solidarietà, antirazzismo e antifascismo, dove gli appassionati del pallone, del Borghetti, della baldoria collettiva e della libertà si riuniscono nella sfida e nella gioia. Ed è dalle comunità di immigrati, protagonisti di questo spazio senza barriere culturali, che Cristian Sabatelli e Pippo Cariglia partono per dare voce a chi viene eclissato nell’ombra della “città-bomboniera”. Sono tanti gli immigrati leccesi che partecipano a Calcio Senza Confini, sia in campo che sugli spalti, alcuni dei quali raccontano nel docu-film gli ostacoli che hanno dovuto affrontare per arrivare fino in Italia. Difficoltà che spesso si ripresentano, per via della burocrazia di Stato che attanaglia le vite di donne e uomini, quotidianamente minacciati dallo spettro dell’espulsione o della reclusione nei Centri di Identificazione ed Espulsione. I ricordi atroci del “Regina Pacis” riecheggiano nelle parole di chi testimonia la vita da clandestino in Europa.

Finalmente con “L’Altra Città” si entra nel vivo dello scenario extracomunitario in un modo del tutto inedito e sincero, scoprendo le differenze culturali tra le diverse comunità etniche che vivono dentro e intorno a Lecce. Il villaggio rom “Panareo” e la fierezza di chi ci vive, i condomini abitati dalle famiglie marocchine e da giovani senegalesi, carichi di ambizioni musicali; tutti luoghi “insonorizzati”, isolati dalla Movida, impercettibili dai leccesi benpensanti. Mai in precedenza si è aperta una finestra interculturale che si affacci al vissuto di persone che, dalla città che brama il titolo di “Capitale della cultura”, hanno maggiormente ricevuto sfruttamento e ignoranza.

L’Altra Città” è una produzione Zerobudget, in collaborazione con Bfake e Bpress. Questo docu-film senza toni da reportage e patetici sensazionalismi fa dello sport un veicolo di giustizia sociale e felicità collettiva, antagonista al capitalismo sportivo e al razzismo che spesso si ritrova tra gli stadi e la strada. Le storie raccontate da chi partecipa nel docu-film rendono l’idea di cosa sia la Giustizia di Stato nei confronti degli immigrati: la loro colpa è di non essere italiani. Tutto questo è raccontato prima, durante e dopo le partite di “Calcio senza Confini”, un evento che considero una parte di quel pezzetto di Lecce che posso ancora ritenere libera e felice.

                                                                                                                                                                                                             Federico

Fresia: un film che non è all’altezza della storia che racconta

Il 7 Gennaio 2013 è stato presentato, al Db d’Essai di Lecce, il film “Fresia” di Corrado Punzi, finanziato da Apulia Film Commission. La sala del Db d’Essai ha raccolto più di cinquecento persone, molte delle quali sono rimaste in piedi per tutta la durata del film. Raramente a Lecce ci è capitato di vedere tanto interesse e partecipazione per un film. Le aspettative erano altissime.

“Fresia” racconta la storia di una donna (Fresia, appunto) che ha perso il marito Omar Venturelli durante la brutale dittatura di Pinochet, in Cile. Fresia, dopo la scomparsa del marito, ha deciso di passare il resto della propria vita a cercare giustizia. Negli ultimi mesi della sua esistenza, pur afflitta da un grave tumore, riesce finalmente a trovarsi faccia a faccia in un tribunale di Roma con colui che è ritenuto responsabile dell’omicidio e delle torture inflitte ad Omar Venturelli: Alfonso Podlech. Il film segue il processo, fino alla fine, e lo fa attraverso lo sguardo dell’avvocatessa leccese Marta Vignola.

La storia personale di Fresia è appassionante. Fresia e suo marito Omar Venturelli credevano nel socialismo di Salvador Allende, presidente democraticamente eletto poi assassinato con il colpo di stato (sostenuto dagli Stati Uniti) di Augusto Pinochet. E per questo, entrambi hanno pagato. Omar con la morte, Fresia con l’esilio. Nonostante le difficoltà che hanno caratterizzato tutta la vita della protagonista del film, conoscere la sua storia è qualcosa che riempie di fiducia. Perchè Fresia ha lottato ed ha creduto fermamente in una causa, dedicando alla ricerca della verità e della giustizia tutta la sua vita. E questa fede così forte è una cosa bellissima, rara. Ma la storia di Fresia, per quanto ammirevole sia, non basta per rendere ammirevole anche il film che ha tentato di raccontarla.

“Fresia” di Corrado Punzi è un progetto interessante, ma risulta decisamente noioso. La narrazione è lenta, le inquadrature stancano, e mai si riesce a capire bene ciò che sta succedendo. Sembra di vedere delle riprese fatte in modo amatoriale. Difficile mettere in dubbio il fatto che riprendere un processo giudiziario e montarlo sia un’operazione assai complessa. Non si può richiedere troppo. Ma si poteva ottenere decisamente di più, per rendere il film più godibile e chiaro. Molte delle cose che il film ha espresso possono essere percepite pienamente solo se ci si informa sulla storia di Fresia prima della visione del film. Nulla è espresso autorevolmente, molte interpretazioni del racconto sembrano lasciate al caso, e nelle storie di questo tipo non dovrebbe essere così.

Il governo italiano, attraverso la sua “giustizia”, ha rimesso in vita, 36 anni dopo, la brutalità della dittatura di Pinochet: non una parola critica viene spesa nel film per stimolare delle riflessioni sul modo in cui il processo si è svolto, sul modo in cui si è concluso, e non si dice nulla sul fatto che lo stato italiano sia stato – evidentemente – complice della crudeltà inflitta a Fresia. Inoltre molte scene puntano a commuovere, e questa è una cosa che imbarazza tantissimo lo spettatore attento, mentre rende glorioso il film agli occhi di uno spettatore che ha la “lacrima facile”.

Una storia come quella di Fresia meritava una narrazione migliore, all’altezza della vita di una donna la cui vicenda ha un sapore eroico.

Gabriele Cavalera

Federico Oliva