Cinema e politica

“VALZER CON BASHIR” (di Ari Folman, 2003) : l’oppressione del popolo palestinese nelle memorie del regista

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Questa è la storia di un assassino che non volle sporcarsi di sangue nel soddisfare la sua sete di potere, che porta morte a chi gli sta accanto. Un assassino che esiste veramente, e tuttora impera: Israele.
Ari Folman, regista di Valzer con Bashir, è lo stesso protagonista del suo film. Folman veste i panni di se stesso, un regista con alle spalle le traumatiche esperienze di soldato semplice nell’esercito israeliano, che ha partecipato al drammatico massacro di Sabra e Shatila, avvenuto nel 1982 e che ha causato la morte di migliaia di palestinesi e sciiti libanesi, per mano dei falangisti libanesi appoggiati da Israele.
Ari della guerra contro i”terroristi” non ricorda nulla: fa fatica a recuperare le sue memorie in divisa, forse per lo shock che esse gli hanno provocato. È per questo che il film si sviluppa come un percorso volto a rischiarare i ricordi di quei tragici giorni, di cui rimane solo l’incubo di 26 cani demoniaci che lo inseguono per le strade di Beirut. Sarà un suo vecchio amico psicologo a dargli una possibilità di reminiscenza, dando il via ad una narrazione che si sviluppa con continui rimandi al passato, sempre più delucidati dalla visita di alcuni suoi vecchi compagni che hanno condiviso l’esperienza della guerra con Ari.

In un’atmosfera da incubo, Valzer con Bashir è un intreccio di psico-narrazione, stile fumettistico e genere documentaristico, dal risultato coinvolgente. Così la narrazione, che è un alternarsi di dialoghi tra ex soldati e flashback che sempre più si completano, gode di uno stile molto suggestivo, fatto di un ambientazione post-apocalittica ma che non trasgredisce l’equilibrio tra la forte emotività della scenografia e la sobrietà narrativa.
Lo stile cinematografico del film di Ari Folman richiama indubbiamente i celebri “Viet-movies” dei decenni 70 e 80, cioè quei film che, come Platoon, Apocalypse Now, La Sottile linea rossa e tanti altri, hanno proposto uno sguardo critico alla Guerra del Vietnam, con una forte ispirazione psicologica. A tal proposito, per gli amanti di Stanley Kubrick non sarà difficile riconoscere una serie di connessioni ed elementi in comune tra “Valzer con Bashir” e “Full Metal Jacket”, film del 1987 ambientato nei tempi della guerra in Vietnam. Tanto per cominciare, è innegabile come in entrambi i war movies elencati ci sia una sproporzione di visibilità nel rapporto tra le due parti in guerra: l’esercito protagonista da una parte e l’armata ribelle dall’altra. Come i vietcong kubrickiani- o ” musi gialli” per gli stolti armati in stelle e strisce- i palestinesi di Folman sono sempre ripresi da lontano, dalla parte delle truppe “protagoniste”. Essi sono indefinibili, imperscrutabili. Minacciosamente nascosti si muovono nell’ombra come la teppa delle «Brigate della morte» di Carpenter. Che sia un “muso giallo comunista” o un “fanatico terrorista”, l’altro è sempre descritto dalla prospettiva dei protagonisti, i buoni, eroici e democratici portatori di quel vergognoso ossimoro che è la “guerra giusta”.
Nel raccontare la storia di un invasione, sia Folman che Kubrick hanno rovesciato i rapporti del linguaggio narrativo cinematografico. Specialmente per il genere di guerra, in un film “tipizzato” siamo abituati a identificare un buono e un cattivo: il primo gode di maggior luce e attenzine del secondo, che brancola nel buio dell’indefinitezza. Entrambi i registi si sono presi gioco di questo clichè, riprendendo,paradossalmente, i soldati invasori come eroici martiri e i ribelli come i cattivi, colpevoli di essere gli invasi, gli alieni in casa propria.
C’è un altro elemento paradossale e provocatorio che unisce Valzer con Bashir e il celebre Full Metal Jacket: la controversia delle scelte musicali. Il rock’n’roll presente in entrambi i film crea un effetto di contrasto con le immagini di guerra, fatte di bombardamenti, demolizioni, corpi sanguinanti, pallottole in gola e lacrime per chi sopravvive. Una sorta di humour nero in musica, che sveste la depravazione della guerra e la – quasi erotica- perversione del soldato per la virilità del mitra. La provocatorietà di scene simili potrebbe, per triste effetto collaterale, toccare il cuore di qualche bieco fanatico dell’arma. Quanto è eccitante crivellare donne e bambini ascoltando Surfin’ Bird nel tuo bel grossissimo pene cingolato!

Tuttavia, in Valzer con Bashir è decisamente più evidente la direzione di denuncia politica verso le atrocità dei militari, per via della forma documentario che privilegia uno sguardo più lucido rispetto alla visione più psico-patologica dei militari in Full Metal Jacket.
Valzer con Bashir di Ari Folman è un modo originale, sobrio e preciso di trasmettere un chiaro messaggio antimilitarista. Le tecniche che alterano il sentiment dell’ambientazione sono impressionanti, ma non si sovrappongono al messaggio di questo film, che è  piuttosto chiaro: l’uomo finisce dove inizia il soldato .

 

                                                                                                                           Tabart

I giorni dell’arcobaleno, e il Cile rinacque

Nel 1988 il dittatore cileno Augusto Pinochet, a seguito di forti pressioni internazionali, concesse un referendum per legittimare la sua presidenza. Quel referendum rappresentò la fine per l’oppressore che quindici anni prima aveva destituito violentemente il socialista democraticamente eletto Salvador Allende. Il film di Pablo Larrain No – I giorni dell’arcobaleno, interamente girato con una telecamera dell’epoca, racconta il modo in cui si giunse alla sconfitta di Pinochet.

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La coalizione dei partiti che sfida Pinochet nel referendum è data per sconfitta. Nel palinsesto televisivo il comitato per il No alla dittatura deve riempire quindici minuti al giorno per un mese mentre i sostenitori di Pinochet riempiono tutto, ogni giorno, da quindici anni. E’ necessaria un’idea innovativa, qualcosa che riesca a colpire la gente nonostante i limiti imposti dal regime. La buona idea è René Saavedra, protagonista del film, una figura che poco o nulla ha a che fare con gli ambienti politici. Si tratta di un giovane esperto di pubblicità che lavora per le grandi corporazioni. Viene scelto per dirigere la campagna di propaganda in favore del No. Secondo Renè non servono lunghi discorsi politici o noiose argomentazioni per esprimere la democrazia. La democrazia è qualcosa di profondamente allegro e come tale deve essere descritta. Lo spot per il No si chiama “Chile l’alegria ya viene”, e diventa il simbolo di una nuova vita possibile per il Cile.

Il film non solo ci rende coscienti della svolta epocale che fu la caduta del regime di Pinochet ma, soprattutto, ci rende consapevoli del modo in cui quella svolta fu possibile. Il regista si sofferma sull’aspetto comunicativo che ha permesso la vittoria del No. Più del contenuto che la politica offre, è importante l’immagine che la politica riesce ad offrire di se stessa e di quel contenuto. Troppo spesso le dinamiche emotive e psicologiche che portano la gente a prendere una posizione piuttosto che un’altra, vengono sottovalutate. Pablo Larrain decide di dedicare un intero film a quest’aspetto, offrendoci un punto di vista privilegiato sulla nascita della democrazia in Cile. Ed è un’operazione ben riuscita. Le informazioni fornite sugli effettivi fatti storici, sulla brutalità della dittatura di Augusto Pinochet, sono ridotte al minimo. Non perchè non siano importanti. Ma perchè ciò che più influenza la gente quando si tratta di schierarsi, è la comunicazione.

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Gli innovativi spot che regalarono al Cile la democrazia sono basati tutti su un modo di fare cui noi oggi siamo pienamente abituati: l’utilizzo di un linguaggio pubblicitario che ha alle spalle un concetto politico. Molto spesso è il linguaggio pubblicitario che rende vincente o perdente quel concetto. La politica diventa così un prodotto da vendere ai consumatori, a patto di incontrare la sensibilità e le emozioni più profonde delle moltitudini.

Nel finale il protagonista del film torna al suo lavoro di pubblicitario come se niente fosse, lavorando per i creatori di una telenovela. E’ significativo il fatto che Renè presenti ai suoi nuovi clienti la pubblicità per la loro telenovela con la stessa frase per mezzo della quale poche settimane prima aveva introdotto ai leader dell’opposizione la proposta per la campagna contro Pinochet. Come se si trattasse di due prodotti simili. “Ciò che stiamo per proporvi è in linea con l’attuale contesto, noi pensiamo che il paese sia pronto per questo tipo di comunicazione. Dopotutto, il Cile vuole guardare al suo futuro”.

 

Gabriele Cavalera

L’ALTRA CITTÀ: Agonismo, Antagonismo, Gol-iardia!

Docu-film di Cristian Sabatelli e Pippo Cariglia (2012)

altra-città-documentario-565x288Siamo a Lecce, città nota ai più come culla del barocco, bella e luminosa, con i suoi palazzi in pietra leccese che hanno ingraziosito le riprese di non pochi registi, giunti nel capoluogo salentino per girare i loro film. Da Ozpetek al drone che nell’estate 2013 è stato puntato su Lecce (qui armato di videocamera invece che di missili). Esempi di cine-occhi attratti dal capoluogo salentino non mancano di certo. Riconosciuta come la “porta d’Oriente” d’Europa, Lecce vuole concorrere tra le città più attive e tolleranti nei rapporti interculturali.

Ma scavalchiamo gli stereotipi e allontaniamoci dalle vie del centro sterilizzate dalle marginalità sociali. Due giovani registi che conoscono e vivono la realtà di strada leccese si inoltrano nella periferia, più precisamente all’ “Opis” – l’ ex ospedale psichiatrico di Lecce -, per raccontare con “L’Altra Città” un’altra Lecce appunto, quella più vera e vissuta. Alle spalle del vecchio manicomio c’è un campetto di calcio dove, ormai da cinque anni, ha successo un progetto sportivo di forte impatto politico, senza precedenti nella città: “Calcio Senza Confini”, un torneo di calcio popolare radicato sui valori di solidarietà, antirazzismo e antifascismo, dove gli appassionati del pallone, del Borghetti, della baldoria collettiva e della libertà si riuniscono nella sfida e nella gioia. Ed è dalle comunità di immigrati, protagonisti di questo spazio senza barriere culturali, che Cristian Sabatelli e Pippo Cariglia partono per dare voce a chi viene eclissato nell’ombra della “città-bomboniera”. Sono tanti gli immigrati leccesi che partecipano a Calcio Senza Confini, sia in campo che sugli spalti, alcuni dei quali raccontano nel docu-film gli ostacoli che hanno dovuto affrontare per arrivare fino in Italia. Difficoltà che spesso si ripresentano, per via della burocrazia di Stato che attanaglia le vite di donne e uomini, quotidianamente minacciati dallo spettro dell’espulsione o della reclusione nei Centri di Identificazione ed Espulsione. I ricordi atroci del “Regina Pacis” riecheggiano nelle parole di chi testimonia la vita da clandestino in Europa.

Finalmente con “L’Altra Città” si entra nel vivo dello scenario extracomunitario in un modo del tutto inedito e sincero, scoprendo le differenze culturali tra le diverse comunità etniche che vivono dentro e intorno a Lecce. Il villaggio rom “Panareo” e la fierezza di chi ci vive, i condomini abitati dalle famiglie marocchine e da giovani senegalesi, carichi di ambizioni musicali; tutti luoghi “insonorizzati”, isolati dalla Movida, impercettibili dai leccesi benpensanti. Mai in precedenza si è aperta una finestra interculturale che si affacci al vissuto di persone che, dalla città che brama il titolo di “Capitale della cultura”, hanno maggiormente ricevuto sfruttamento e ignoranza.

L’Altra Città” è una produzione Zerobudget, in collaborazione con Bfake e Bpress. Questo docu-film senza toni da reportage e patetici sensazionalismi fa dello sport un veicolo di giustizia sociale e felicità collettiva, antagonista al capitalismo sportivo e al razzismo che spesso si ritrova tra gli stadi e la strada. Le storie raccontate da chi partecipa nel docu-film rendono l’idea di cosa sia la Giustizia di Stato nei confronti degli immigrati: la loro colpa è di non essere italiani. Tutto questo è raccontato prima, durante e dopo le partite di “Calcio senza Confini”, un evento che considero una parte di quel pezzetto di Lecce che posso ancora ritenere libera e felice.

                                                                                                                                                                                                             Federico

RIFF RAFF: uno sguardo all’Inghilterra tra Tatcher e “Cool Britannia”

Uno degli aspetti più caratterizzanti e belli del cinema di Ken Loach è l’efficacia dei contenuti politici, i quali esprimono un attacco al potere che parte sempre da una base umana, al di fuori di ogni ortodossia. È proprio la lontananza dagli intellettualismi sessantottini e l’estrema semplicità formale che fanno del regista inglese un socialista umanitario, privoB00004S8IA.02.LZZZZZZZ di dogmi vincolanti. In ogni suo film, Loach privilegia il punto di vista individuale dei suoi protagonisti- spesso figure della working class- per avvicinare gli spettatori ad una visione critica e senza miti di una società dilaniata dal neoliberismo. “Riff Raff” del 1991 è forse l’esempio più valido di quanto appena menzionato. Ambientato nel periodo in cui Margaret Tatcher dettava legge, “Riff Raff” di Ken Loach illustra la vita tipica del proletariato inglese seguendo la vita di Stevie (Robert Carlyle, qui decisamente meno schizzato rispetto al Begbie di “Trainspotting”), un operaio scozzese che, dopo la detenzione carceraria per frequenti furtarelli, è costretto a raggiungere Londra per trovare un lavoro. Stevie troverà un’ “opportunità” in un cantiere edile, dove ha modo di conoscere i suoi futuri compagni di lavoro, bruti e machisti ma dotati di una sana sincerità e solidarietà di gruppo. Solo la goliardia dei compagni di lavoro e la relazione con la fragile Susan (Emer McCourt) garantiscono a Stevie un residuo di genuina umanità. Nel corso del film, la cosiddetta “opportunità” lavorativa si rivelerà un girone infernale che sorregge un sistema di sfruttamento, umiliazione, e anche morte. Solo nel finale si illumina una via di fuga dall’oppressione salariata, drastica e gioiosa. Ma in Riff Raff Loach non si limita ad attaccare la classe al potere: qui non manca una messa in risalto alla “lotta tra poveri” e alle contraddizioni del proletariato contemporaneo. Spesso, durante il film, i lavoratori del cantiere tendono a sfogare le frustrazioni contro i più deboli (metaforico il lavoratore che calpesta con sadismo un nido di topolini) e si ostinano a contendersi le briciole di ricchezza con i propri simili ( come accade per cinque sterline in una breve scena). Inoltre, le soluzioni sindacaliste approvate dal buon Larry (Ricky Tomlinson) non sono mai prese sul serio dai compagni del cantiere, segno della sfiducia ai portabandiera e ai dirigisti lotte sociali, i sindacati.

Per quanto riguariff raffrda lo stile, Riff Raff ha una fotografia molto essenziale e scarna, una scelta coerente alla descrizione realista che Ken Loach predilige nei suoi film. Inoltre è molto interessante la scelta dello slang scozzese nella recitazione originale, caratteristica che richiama il cinema neorealista di Rossellini o De Sica, noto per la scelta dei linguaggi regionali-popolari. Un cinema che racconta la realtà cruda e senza ipocrisie, questo rappresenta “Riff Raff”. È urgente recuperare un film del genere, specialmente in questa epoca in cui le celebrazioni a figure di potere non mancano, sopratutto nel cinema. Abbiamo potuto verificarlo nel 2011, con “The Iron Lady”, un tentativo di umanizzare un’assassina sociale, la stessa che- una volta morta- fu salutata da migliaia di inglesi con lo slogan “The Bitch is dead!”.

Federico

Fresia: un film che non è all’altezza della storia che racconta

Il 7 Gennaio 2013 è stato presentato, al Db d’Essai di Lecce, il film “Fresia” di Corrado Punzi, finanziato da Apulia Film Commission. La sala del Db d’Essai ha raccolto più di cinquecento persone, molte delle quali sono rimaste in piedi per tutta la durata del film. Raramente a Lecce ci è capitato di vedere tanto interesse e partecipazione per un film. Le aspettative erano altissime.

“Fresia” racconta la storia di una donna (Fresia, appunto) che ha perso il marito Omar Venturelli durante la brutale dittatura di Pinochet, in Cile. Fresia, dopo la scomparsa del marito, ha deciso di passare il resto della propria vita a cercare giustizia. Negli ultimi mesi della sua esistenza, pur afflitta da un grave tumore, riesce finalmente a trovarsi faccia a faccia in un tribunale di Roma con colui che è ritenuto responsabile dell’omicidio e delle torture inflitte ad Omar Venturelli: Alfonso Podlech. Il film segue il processo, fino alla fine, e lo fa attraverso lo sguardo dell’avvocatessa leccese Marta Vignola.

La storia personale di Fresia è appassionante. Fresia e suo marito Omar Venturelli credevano nel socialismo di Salvador Allende, presidente democraticamente eletto poi assassinato con il colpo di stato (sostenuto dagli Stati Uniti) di Augusto Pinochet. E per questo, entrambi hanno pagato. Omar con la morte, Fresia con l’esilio. Nonostante le difficoltà che hanno caratterizzato tutta la vita della protagonista del film, conoscere la sua storia è qualcosa che riempie di fiducia. Perchè Fresia ha lottato ed ha creduto fermamente in una causa, dedicando alla ricerca della verità e della giustizia tutta la sua vita. E questa fede così forte è una cosa bellissima, rara. Ma la storia di Fresia, per quanto ammirevole sia, non basta per rendere ammirevole anche il film che ha tentato di raccontarla.

“Fresia” di Corrado Punzi è un progetto interessante, ma risulta decisamente noioso. La narrazione è lenta, le inquadrature stancano, e mai si riesce a capire bene ciò che sta succedendo. Sembra di vedere delle riprese fatte in modo amatoriale. Difficile mettere in dubbio il fatto che riprendere un processo giudiziario e montarlo sia un’operazione assai complessa. Non si può richiedere troppo. Ma si poteva ottenere decisamente di più, per rendere il film più godibile e chiaro. Molte delle cose che il film ha espresso possono essere percepite pienamente solo se ci si informa sulla storia di Fresia prima della visione del film. Nulla è espresso autorevolmente, molte interpretazioni del racconto sembrano lasciate al caso, e nelle storie di questo tipo non dovrebbe essere così.

Il governo italiano, attraverso la sua “giustizia”, ha rimesso in vita, 36 anni dopo, la brutalità della dittatura di Pinochet: non una parola critica viene spesa nel film per stimolare delle riflessioni sul modo in cui il processo si è svolto, sul modo in cui si è concluso, e non si dice nulla sul fatto che lo stato italiano sia stato – evidentemente – complice della crudeltà inflitta a Fresia. Inoltre molte scene puntano a commuovere, e questa è una cosa che imbarazza tantissimo lo spettatore attento, mentre rende glorioso il film agli occhi di uno spettatore che ha la “lacrima facile”.

Una storia come quella di Fresia meritava una narrazione migliore, all’altezza della vita di una donna la cui vicenda ha un sapore eroico.

Gabriele Cavalera

Federico Oliva