Mese: giugno 2014

IN GRAZIA DI DIO DI EDOARDO WINSPEARE

 

Negli ultimi anni tutti parlano di crisi e la mia impressione è che non tutti lo facciano per un reale interesse nei confronti di chi la soffre, ma perchè alcuni argomenti, in un certo periodo, diventano “di moda”. Guardando In Grazia di Dio ho avuto immediatamente un’impressione diversa. Pur non avendo mai visto nulla di Edoardo Winspeare, già dopo venti minuti dall’inizio del film sentivo che il regista era in graziaempatia con il contesto descritto. In Grazia di Dio racconta la storia di una famiglia del basso Salento che, a causa della crisi economica, è costretta a chiudere la propria sartoria ed a vendere casa per andare a vivere in campagna, dedicandosi alla coltivazione della terra. Le quattro protagoniste devono abbandonare molte delle cose a cui sono legate. Per loro, il trasferimento in campagna – non voluto – è sinonimo di fallimento sociale e decadenza. I rapporti parentali ne sono totalmente condizionati, in senso negativo. Solo la nonna, la figura più anziana del film, riesce a mantenere un certo contegno. Ma dopo un primo periodo di disagio, la campagna ed i nuovi ritmi che questa impone diventano un modo per riscoprire se stessi ed il rapporto con l’altro. In Grazia di Dio è un film profondamente realistico. Chi conosce il Salento “umile” se ne accorge subito. Non ci sono personaggi “perfetti”. Dall’inizio alla fine viene parlato esclusivamente il dialetto salentino, con sottotitoli in italiano. Mancano grandi attori nel senso classico del termine, ed il tutto è stato realizzato con un budget molto basso. Ma si tratta di un’opera riuscita benissimo. Guardando questo film si ha l’impressione di conoscere personalmente protagonisti e comparse del film, perchè sono stereotipi di persone che caratterizzano qualsiasi piccolo paese del Salento. Le due grazia1ore del film scorrono velocemente; la fotografia è così bella al punto che molti dei fotogrammi del film potrebbero essere dei quadri. Ci sono degli spezzoni che avrebbero un grande valore anche se fossero presi singolarmente.


Winspeare non scade nella banalità raccontando un contesto così difficile. Per due motivi. Innanzitutto, il film non ha come scopo aprioristico quello di commuovere, non c’è un tentativo continuo di fare leva sulle emozioni dello spettatore per farlo piangere banalmente. Viene descritta la realtà, che a volte è tragica, altre volte commuove, infastidisce, entusiasma o diverte. Secondo: non c’è il lieto fine. C’è molto di più. La realtà non è idilliaca come a volte il cinema vuole farci credere. I protagonisti del film sono costretti a “tagliare” alcune delle proprie altezze, ad abbandonare alcuni dei loro desideri. Questo non vuol dire fallire, ma rinascere. In effetti questo non è soltanto un film sulla crisi: la difficoltà economica viene usata come un pretesto per lanciare un messaggio molto più ampio. In Grazia di Dio riempie di fiducia, perchè dimostra che uno dei modi possibili per avvicinarsi alla serenità è quello di ridimensionare se stessi, facendo un passo indietro rispetto a delle illusioni che spesso vengono percepite come bisogni fondamentali.

Gabriele Cavalera

 

CHRISTIANE F, DAVID BOWIE, I RAGAZZI DELLO ZOO DI BERLINO

 

Negli anni ’70 in Germania esplode l’eroina. Un problema sociale di enormi proporzioni di cui media ed istituzioni decidono di non occuparsi. Nel Luglio del 1978 un’adolescente eroinomane di nome Christiane F viene condannata per droga e ricettazione. Pochi mesi dopo due giornalisti del settimanale Stern decidono di intervist0395-_4a11b0f6arla dando vita ad un lungo dialogo che porterà alla realizzazione del libro Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino. In questo libro viene descritto ed analizzato in modo diretto e scandaloso l’universo dell’eroina, e di tutto ciò che ruota attorno ad esso: prostituzione minorile, criminalità, violenza. Inaspettatamente questo lavoro diventa un best-seller, raggiunge la vetta delle classifiche in Germania e viene tradotto in tantissime lingue. Christiane F, da semplice tossica, diventa una celebrità nazionale. E’ un libro profondamente emotivo, duro ed appassionante. La protagonista (ed autrice) ha una venerazione quasi religiosa per David Bowie, che ha su di lei un effetto confortante, come fosse un compagno spirituale. La musica di David Bowie è, metaforicamente, la colonna sonora del librtumblr_la5rnyUiEN1qc7qvfo1_500o. Christiane F e David Bowie non hanno nulla a che fare tra di loro, per ora. E mentre l’adolescente Christiane F comincia ad essere dipendente dall’eroina ed a prostituirsi per comprarsi le dosi (prima dell’uscita del libro), David Bowie vive anch’egli un momento difficilissimo: è a Berlino, in preda alla cocaina ed alle paranoie. Comincia a delirare al punto che il suo amico Iggy Pop afferma: “sono convinto che David morirà entro il 1977”. Ma è proprio questo il periodo in cui David Bowie compone alcune delle sue canzoni più belle, molte delle quali saranno parte della colonna sonora del film che il regista tedesco Uli Edel realizzerà nel 1981, utilizzando il soggetto del libro scritto da Christiane F. Il titolo, sia del film che dell’album che David Bowie realizza per il film, è omonimo. E durante lla-locandina-di-christiane-f-noi-i-ragazzi-dello-zoo-di-berlino-10400a realizzazione di Noi, i ragazzi dello zoo di Berlinole strade di Christiane F e di David Bowie si incrociano: quest’ultimo appare nel film, interpretando se stesso durante un concerto, cantando una delle sue canzoni più belle ed inquietanti, Station to station. Chistiane F fu delusa dall’incontro con David Bowie. Conobbe quello che per lei era un Dio e lo trovò “basso, magro e silenzioso”. Il video e la canzone seguente sono tratti dal film. E’ il momento in cui Christiane F vede per la prima volta David Bowie dal vivo. Questo video è il simbolo di un primo contatto tra due figure così lontane e così vicine, profondamente affascinanti, psicologicamente disagiate ed enormemente influenti da un punto di vista culturale.

Gabriele Cavalera

 

Parva, sed apta mihi: Letters to Juliet

Letters-to-Juliet locandina filmCom’è dolce perdersi nell’amore, ignorando le flebili dimensioni quotidiane. Muovendosi in quel frangente sospeso, dove l’abbraccio è l’unico tempo possibile. Accarezzare la leggerezza di un bacio, pregustare la tenerezza dell’attesa. Pregare per quell’incontro, dove due anime si congiungono divenendo un’unica entità. Non è raro, succede.

Perchè la vita nonostante sia un’enorme crudeltà che si alimenta di speranze ridotte in macerie, a volte come per incanto, inciampa beffarda nella bellezza, risvegliando pulsioni fanciulline. Rigettando l’adulterato ectoplasma dell’idealizzazione.

Spettro che ha tormentato, per cinquant’anni, Claire prigioniera di un amore, perduto, in gioventù. Il destino, benevolo, le regalerà un occasione per poter riscattare il tempo perduto. La donna riuscirà a rintracciare  Lorenzo, l’uomo della sua vita e potrà, cosi, rinnovare una passione sopita.  Tuttavia, ognuno ha la novella che merita.

E difatti per Sophie, l’artefice di questo favoloso miracolo del desiderio ritrovato, le cose si muovono verso binari diversi. La Ragazza é fidanzata con un demente che la trascura per poter badare al suo amato ristorante. La pulsella si innamorerà di un ragazzo in apparenza ignifugo, in realtá molto sentimentale, nipote di Claire. Dapprima prevarranno le ragioni di etica. Ma l’amore, com’è noto, non ammette eccezioni.

Letters to Juliet, è una deliziosa commedia romantica. Non è un capolavoro, tutt’altro. Peró riesce a traghettarti verso una dimensione sognante, regalando una commozione autentica. Un film adatto agli innamorati e a tutte quelle persone che sperano di incontrare l’anima gemella. Si ritroveranno, ne sono certo, tra i protagonisti di questa storia.

                                                                                                                                                                                                                                                                               Tiziano Rapanà