Mese: maggio 2014

Extra Omnes: Bordella

maxresdefaultRiscoprire la libertà, meravigliarsi del prodigio. Innamorarsi del cinema che è stato e, ne sono certo, ritornerà a divenire . Bisogna tornare ad essere, però, artisti fino in fondo. Senza accettare alcun compromesso. Ignorando le ignobili politiche pseudoculturali proposte dall’ establishment cinematografico. Un tempo i registi lo facevano e nascevano gioielli come Bordella. Per me una vera sorpresa.

Mi sono lasciato trasportare dalla follia liberatrice che scioglie le repressive catene narrative. Ho assaporato la vivacità demenziale che indomita, sfugge agli schemi e alle consuetudini cinematografiche. Una pellicola indolente alle classificazioni. Un po’ musical e un po’ no.

Una bizzarria integerrima. Come Eddie, il protagonista del film. Scrupoloso nello scegliere, secondo i suoi personalissimi canoni, i baldanzosi gigolò che animeranno la casa di piacere. Forse non mi azzarderei a definirli baldanzosi in quanto mi sembrano fin troppo placidi, tenendo conto che nella truppa è presente un puglie suonato, quanto timido e impotente. Però fanno il loro dovere. Tant’è che il bordello diventerà, in poco tempo, il più rinomato della metropoli. i nostri eroi, ormai diventati gli idoli amorosi delle sciure milanesi, decideranno infine di aprire altre filiali della loro Maison, in giro per il mondo.

Il film, a dire il vero, non ha avuto la stessa fortuna dei suoi personaggi. Censurato, sequestrato e massacrato dalla critica, Bordella ha avuto una terribile fama che lo ha reso invisibile per anni. Fortuna vuole che è stato distribuito in dvd. Ne consiglio vivamente l’acquisto. Per chi vuole scoprire un Pupi Avati diverso, distante dal pressapochismo espositivo presente nelle sue ultime opere.

Per chi è interessato a conoscere un’ opera d’autore svincolata da elucubrazioni intellettuali tipiche del cinema dell’epoca. E infine , vorrei suggerirlo a tutti quegli artisti delusi, dilaniati da una società che non permette una piena espressione della loro fantasia. Magari il film gli incoraggerà, a persistere nel difficile e tortuoso percorso d’espressione. Per poter finalmente giungere ad una esplosione creativa totalmente libera da perverse preclusioni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                    Tiziano Rapanà

Extra Omnes: Femminilità (In)corporea

Sarebbe bello poter ffemminilita copertina 200pxuggire via; zonzando nell’altrove profumato di splendore.  Bisognerebbe imitare Raffaele che all’improvviso vola nella dimensione parallela alla quotidianità lontana dalla moglie e dall’amante; egli fugge ex abrupto nell’ignoto, dove solo il deserto è certo. In questo abisso, il protagonista trova una presenza femminile: l’effige della donna perfetta (o forse l’archetipo di un principio di perfezione che si manifesta nella più utopica idealizzazione): il connubio inscindibile tra istinto e raziocinio: Il rosso e il blu: rosso come l’amante: meschina, quanto cretina, attratta dallo scrittore, dal suo charme; damettina senza personalità che cerca le proprie qualità in quelle dei propri amanti; blu come la moglie: è l’unica che crede veramente in lui, lo sostiene, lo incoraggia per quello che può; la donna non si arrende di fronte alla fuga del marito; lo cerca con tutta se stessa, sfidando ogni tipo di ostacolo; l’animo inquieto di Raffaele, però, non può essere arrestato da una personalità ferma e ragionevole come la moglie… Raffaele fugge dalle donne che non lo capiscono e da una società che lo opprime. Femminilità (in)corporea è il film più bello che ho visto di Roger Fratter. Senza dubbio il più indecifrabile di tutta la filmografia del regista bergamasco; lontano anni luce dai divertissement orrorifici a cui Fratter deve la sua fama, questa sua ultima pellicola colpisce per la particolarità del tema trattato. Lo Ammetto: la prima volta, ho avuto molta difficoltà a giudicare la pellicola; cosi strano, personaggi che entrano, escono. Non è tanto la femminilità ad essere incorporea, quanto la sostanza fisica dei personaggi. E la domanda si fa sempre più presente: esistono davvero?

                                                                                                                                                                                                                                                                                   Tiziano Rapanà              

“VALZER CON BASHIR” (di Ari Folman, 2003) : l’oppressione del popolo palestinese nelle memorie del regista

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Questa è la storia di un assassino che non volle sporcarsi di sangue nel soddisfare la sua sete di potere, che porta morte a chi gli sta accanto. Un assassino che esiste veramente, e tuttora impera: Israele.
Ari Folman, regista di Valzer con Bashir, è lo stesso protagonista del suo film. Folman veste i panni di se stesso, un regista con alle spalle le traumatiche esperienze di soldato semplice nell’esercito israeliano, che ha partecipato al drammatico massacro di Sabra e Shatila, avvenuto nel 1982 e che ha causato la morte di migliaia di palestinesi e sciiti libanesi, per mano dei falangisti libanesi appoggiati da Israele.
Ari della guerra contro i”terroristi” non ricorda nulla: fa fatica a recuperare le sue memorie in divisa, forse per lo shock che esse gli hanno provocato. È per questo che il film si sviluppa come un percorso volto a rischiarare i ricordi di quei tragici giorni, di cui rimane solo l’incubo di 26 cani demoniaci che lo inseguono per le strade di Beirut. Sarà un suo vecchio amico psicologo a dargli una possibilità di reminiscenza, dando il via ad una narrazione che si sviluppa con continui rimandi al passato, sempre più delucidati dalla visita di alcuni suoi vecchi compagni che hanno condiviso l’esperienza della guerra con Ari.

In un’atmosfera da incubo, Valzer con Bashir è un intreccio di psico-narrazione, stile fumettistico e genere documentaristico, dal risultato coinvolgente. Così la narrazione, che è un alternarsi di dialoghi tra ex soldati e flashback che sempre più si completano, gode di uno stile molto suggestivo, fatto di un ambientazione post-apocalittica ma che non trasgredisce l’equilibrio tra la forte emotività della scenografia e la sobrietà narrativa.
Lo stile cinematografico del film di Ari Folman richiama indubbiamente i celebri “Viet-movies” dei decenni 70 e 80, cioè quei film che, come Platoon, Apocalypse Now, La Sottile linea rossa e tanti altri, hanno proposto uno sguardo critico alla Guerra del Vietnam, con una forte ispirazione psicologica. A tal proposito, per gli amanti di Stanley Kubrick non sarà difficile riconoscere una serie di connessioni ed elementi in comune tra “Valzer con Bashir” e “Full Metal Jacket”, film del 1987 ambientato nei tempi della guerra in Vietnam. Tanto per cominciare, è innegabile come in entrambi i war movies elencati ci sia una sproporzione di visibilità nel rapporto tra le due parti in guerra: l’esercito protagonista da una parte e l’armata ribelle dall’altra. Come i vietcong kubrickiani- o ” musi gialli” per gli stolti armati in stelle e strisce- i palestinesi di Folman sono sempre ripresi da lontano, dalla parte delle truppe “protagoniste”. Essi sono indefinibili, imperscrutabili. Minacciosamente nascosti si muovono nell’ombra come la teppa delle «Brigate della morte» di Carpenter. Che sia un “muso giallo comunista” o un “fanatico terrorista”, l’altro è sempre descritto dalla prospettiva dei protagonisti, i buoni, eroici e democratici portatori di quel vergognoso ossimoro che è la “guerra giusta”.
Nel raccontare la storia di un invasione, sia Folman che Kubrick hanno rovesciato i rapporti del linguaggio narrativo cinematografico. Specialmente per il genere di guerra, in un film “tipizzato” siamo abituati a identificare un buono e un cattivo: il primo gode di maggior luce e attenzine del secondo, che brancola nel buio dell’indefinitezza. Entrambi i registi si sono presi gioco di questo clichè, riprendendo,paradossalmente, i soldati invasori come eroici martiri e i ribelli come i cattivi, colpevoli di essere gli invasi, gli alieni in casa propria.
C’è un altro elemento paradossale e provocatorio che unisce Valzer con Bashir e il celebre Full Metal Jacket: la controversia delle scelte musicali. Il rock’n’roll presente in entrambi i film crea un effetto di contrasto con le immagini di guerra, fatte di bombardamenti, demolizioni, corpi sanguinanti, pallottole in gola e lacrime per chi sopravvive. Una sorta di humour nero in musica, che sveste la depravazione della guerra e la – quasi erotica- perversione del soldato per la virilità del mitra. La provocatorietà di scene simili potrebbe, per triste effetto collaterale, toccare il cuore di qualche bieco fanatico dell’arma. Quanto è eccitante crivellare donne e bambini ascoltando Surfin’ Bird nel tuo bel grossissimo pene cingolato!

Tuttavia, in Valzer con Bashir è decisamente più evidente la direzione di denuncia politica verso le atrocità dei militari, per via della forma documentario che privilegia uno sguardo più lucido rispetto alla visione più psico-patologica dei militari in Full Metal Jacket.
Valzer con Bashir di Ari Folman è un modo originale, sobrio e preciso di trasmettere un chiaro messaggio antimilitarista. Le tecniche che alterano il sentiment dell’ambientazione sono impressionanti, ma non si sovrappongono al messaggio di questo film, che è  piuttosto chiaro: l’uomo finisce dove inizia il soldato .

 

                                                                                                                           Tabart

Il curioso del cinema : Ritual – Una storia psicomagica

Ritual_locandina_ita_lowQuest’oggi il curioso del cinema presenta Ritual – Una storia psicomagica, pellicola d’esordio dei registi Giulia Brazzale e Luca Immesi. Si tratta di un racconto di rinascita spirituale ispirato dalla “Danza della Realtà” di Jodorowsky. Atipico, nel suo modo di contrapporre il thriller psicologico di matrice Polanskiana, con il pensiero e l’arte di Alejandro Jodorowsky, inventore della psicomagia nonchè regista di film come “La montagna sacra” ed “El topo”. Forse è stata proprio questa apparente stravaganza ad essere apprezzata maggiormente all’estero. Infatti Ritual ha ricevuto un vastissimo consenso internazionale. Ma come la, purtroppo, infallibile regola del nemo profeta in patria insegna, la cosa non si è ripetuta in Italia. Tant’è vero che il film, da noi, ha avuto una scarsissima distribuzione. Ne approfitto quindi per invitare i curiosi di partecipare all’ ultima proiezione romana, che si terrà al filmstudio, il 26 maggio alle ore 21. Nell’ incontro con i registi, ho voluto farmi raccontare il loro rapporto con Jodorowsky, il padre spirituale della pellicola, e come sono riusciti a conciliare i mondi diversi, la realtà panico-surrealista con il thriller introspettivo per l’appunto , che animano l’opera.

Da dove nasce l’esigenza di realizzare Ritual? Volevamo girare un film che non rimanesse nella superficie, che provasse a risvegliare le coscienze, soprattutto quella della donna, che in Italia oggi, si trova ancora troppo spesso costretta ad un ruolo di sudditanza, se non altro psicologica. Per quanto riguarda la psicomagia, eravamo rimasti molto colpiti da un atto psicomagico descritto ne “La danza della realtà”, quello che si vede nelle scene finali del film. Leggendolo nel libro di Jodorowsky, l’abbiamo immaginato subito molto forte anche dal punto di vista della messa in scena. Quindi l’abbiamo scelto come rituale portante del film, e attorno ad esso, abbiamo costruito tutta la storia. Poi è stato lo stesso Alejandro a suggerirci il modo migliore di rappresentarlo.

Come avete conosciuto Jodorowsky? Mancava poco alle riprese, e ci siamo resi conto che non avremmo potuto girare senza il benestare del maestro. Sarebbe stato sia eticamente che legalmente scorretto. ritual grab_1.564.1Così, sempre per l’ incessabile danza della realtà, abbiamo scoperto che Jodorowsky avrebbe tenuto un reading di poesie in Italia. L’evento era stato organizzato a Monselice, vicino a Padova, da Fabio Gemo, un bravissimo attore, che interpreta il ruolo del barista, nel nostro film. Fabio è stato gentilissimo ci ha invitati alla conferenza stampa e così abbiamo avuto l’occasione di conoscere Alejandro. Essendo noi due sconosciuti, inizialmente, quando gli abbiamo detto che avevamo scritto un film sulla sua psicomagia, è rimasto molto perplesso, mai noi non abbiamo desistito, abbiamo insistito dicendogli che eravamo due professionisti. Così Alejandro si è fermato un momento a fissarci e poi ci ha scritto su una strisciolina di carta l’indirizzo mail della sua agente. Quando la nostra sceneggiatura è arrivata a Parigi, non solo ci è stata approvata, ma Jodorowsky ha acconsentito a girare un cameo nel film e ci ha concesso di usare nel titolo il termine “psicomagica”.

Jodorowsky sostiene che la parola non cura. Pensate che il vostro film possa far guarire?

Sicuramente fa riflettere, in primis, sul rapporto uomo-donna. Inoltre, era nostra intenzione che il nostro film agisse sull’inconscio delle persone. Che tirasse fuori qualcosa da dentro. All’estero dicono che ci siamo riusciti, che dopo la visione di Ritual si sogna molto e che i sogni sono molto più vividi. Ora siamo curiosi di sentire cosa dirà il pubblico italiano.

ritual grab_1.55.3Ritual ha una struttura narrativa lineare, ben lontana dal surrealismo dei film di Jodorowsky, ovvero l’arte panica. Come si può definire la pellicola, dunque, psicomagica?

La nostra storia ha un filo narrativo lineare e ben preciso che lega assieme vari atti psicomagici descritti in “Psicomagia” e “La danza della realtà” di Jodorowsky. Ma, oltre a ciò, il nostro film è ricco di simboli e mira a parlare all’inconscio, a tirar fuori qualcosa di sotterraneo, di irrazionale ed ancestrale. Su noi due ha avuto i suoi effetti, è stato l’inizio di un percorso di evoluzione personale, ora sarà il pubblico a dirci cosa proverà vedendolo.

                                                                                                                                                                                                                           Tiziano Rapanà