Mese: gennaio 2014

Rockman, le origini del Reggae in Puglia. Con un’intervista a Mattia Epifani

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I Sud Sound System delle origini

Troppo spesso accade che, nell’occuparsi di musica e controcultura, ci si dimentichi di analizzare i fenomeni iniziali che hanno dato vita ad un movimento. Rockman di Mattia Epifani segue una direzione diversa: sceglie un fenomeno di cui occuparsi e ne analizza esclusivamente le sue radici, la parte meno visibile – ma la più importante – di esso. Il fenomeno in questione è la nascita e l’affermazione della controcultura Reggae in Puglia. Il film è tratto dal libro Dai Caraibi al Salento, di Tommaso Manfredi. La nascita del Reggae pugliese è raccontata attraverso la storia della sua figura simbolo: Piero Longo, in arte Militant P. Nato nel 1966, barese, è stato uno dei pionieri della musica Reggae italiana. Questo film parla di musica, ma si tratta di una musica che, come dimostra la storia di Militant P, non è mai fine a se stessa, ma diventa mezzo di narrazione di lotte politiche, controcultura e vita vissuta. E’ per questo che in Rockman vengono raccontate anche alcune delle vicende riguardanti il centro sociale barese “La Giungla”, o quello bolognese “Isola nel cantiere”, stabilendo un ponte tra Bologna, Bari e Salento, con un riferimento continuo ai luoghi simbolo del Reggae italiano, come la spiaggia di Torre dell’Orso. Piero Longo ha militato in vari gruppi, dagli Struggle fino ai Sud Sound System, di cui è stato fondatore. Di questi ultimi in particolare Rockman fornisce un’immagine per molti aspetti inedita, visto che viene descritto il periodo in cui Militant P era il leader del gruppo, un periodo in cui i Sud Sound System erano ancora lontani da tutta la visibilità – meritatissima – oggi ottenuta.

Per approfondire l’argomento ho posto delle domande al regista di Rockman, Mattia Epifani, che ringrazio per la sua disponibilità.

In pochissimi conoscevano Militant P prima dell’uscita del tuo film Rockman, nonostante l’importanza che questa figura ha avuto per la controcultura pugliese (e non solo). Qual’è stato il tuo primo approccio alla storia di Militant P? E quant’è stato importante il lavoro di Tommaso Manfredi (autore del libro Dai Caraibi al Salento da cui è tratto il film)?

Tommaso Manfredi e Davide Barletti, i due produttori del film, mi chiamarono per collaborare alla realizzazione di un documentario sulla storia del reggae in Puglia ispirato al libro “Dai Caraibi al Salento”, scritto dallo stesso Tommaso. Accettai e iniziammo un lungo lavoro di documentazione che ci portò a selezionare parecchio materiale di archivio legato all’undeground pugliese a partire dai primi anni ‘80. Più questo lavoro di documentazione andava avanti e più mi convincevo che fare un film sulla cronistoria del reggae in Puglia sarebbe stato riduttivo rispetto alla possibilità di raccontare il percorso di emancipazione giovanile e di lotta politica che lo aveva generato e che fine avesse fatto quel percorso. Così pensai che il modo migliore per raccontare questa storia era quello di usare Militant P come simbolo di un’intera generazione, il personaggio simbolo di un movimento culturale, artistico e sociale che nei primi Anni ’90 aveva raggiunto l’apice e, subito dopo, il declino.

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Militant P

Rockman racconta le origini del Reggae in Puglia, e quindi si ferma al 1994 circa. Sarebbe interessante avere un punto di vista autorevole anche su ciò che è successo dopo. L’idea di realizzare un seguito di Rockman ti è mai venuta in mente?

Lavorando a Rockman, soprattutto in fase di montaggio, pensavo che sarebbe stato possibile realizzare un secondo atto del film. Ma quest’idea durò molto poco. Capii che un seguito di Rockman avrebbe tradito una delle idee per me più importanti del film, cioè quella che Militant P “muore” insieme alla sua generazione a metà Anni ’90. Ciò che viene dopo questo periodo è “solo” musica e impegno individuale dei singoli artisti. In sostanza, dalla seconda metà dei ’90 viene meno il concetto di generazione in lotta”. Un eventuale seguito di Rockman sarebbe stato solo una cronaca dei fenomeni musicali che hanno fatto seguito a quel periodo e a me questa prospettiva non interessava.

Ho visto Rockman almeno dieci volte, la prima delle quali nel 2010 alla libreria Ergot di Lecce. In quel periodo ascoltavo soprattutto Punk 77 ma, allo stesso tempo, conoscevo – e conosco – a memoria ogni singola parola della raccolta dei Sud Sound System Tradizioni. Non ho mai amato le divisioni tra le varie scene artistiche. E, per questo, fui piacevolmente sorpreso nel vedere che il tuo film, in vari momenti, mostrava dei gruppi che suonavano generi totalmente diversi, accomunati però da alcune lotte politiche che facevano passare in secondo piano le varie differenze musicali. Mi sembra che questo sia un importante messaggio di unione. Era effettivamente così?

Io, come molti miei coetanei, ho conosciuto solo lo strascico di quella realtà culturale, quindi personalmente posso parlare solo di ciò che è avvenuto da metà anni ’90 in poi. Per molti ragazzi della mia generazione condividere i valori di quelle sottoculture e far parte di quei movimenti significava credere in qualcosa, sentirsi parte di qualcosa di più grande, condividere un modo di intendere la società, l’arte, la politica, la vita in generale. Ma non ho vissuto quel conflitto generazionale che ho trovato documentandomi su Rockman. In un certo senso per noi il terreno era già pronto. Certo, le differenze di genere esistevano eccome, ma erano differenze prettamente estetiche. Io, ad esempio, ero vicino al movimento hip hop. Ricordo che andavamo di notte a fare i graffiti sui treni della stazione, producevamo basi con il campionatore e con i giradischi e occupavamo i portici dei centri commerciali per ballare breakdance. Eravamo in contrasto netto con chi invece suonava Metal o Punk negli scantinati e studiava ore e ore per imparare a suonare uno strumento. Loro ci consideravano degli americanizzati”. A distanza di anni, però, mi rendo conto che eravamo accomunati tutti dalla stessa idea: “meglio vivere da emarginati che da mediocri”. Quello che tutti noi cercavamo era un mezzo a basso costo e a forte impatto per poterci esprimere e dare sfogo alle nostre idee. In particolare ricordo quanti ragazzini come me rimasero a bocca aperta quando videro il live dei Sud Sound System nel ’94 alla Villa comunale di Lecce durante una delle ultime Feste dell’Unità. Per molti di noi quello fu l’inizio di qualcosa. Credo che la condivisione di questi valori di antiomologazione e di lotta alla mediocrità sia il vero patrimonio che le sottoculture ci hanno lasciato.

Il Reggae, storicamente, è stato anche mezzo per lanciare dei messaggi politici. Dalla Giamaica fino al Salento. E negli ultimi dieci anni si è molto diffusa, soprattutto tra i giovani, una grande ammirazione per artisti come Buju Banton, Sizzla, Capleton ecc. Questi artisti nelle loro canzoni inneggiano al razzismo, all’omofobia, al sessismo. Come giudichi questa tendenza? Pensi che sia sempre esistita nella musica giamaicana?

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Una dancehall dei Sud Sound System alla Mantagnata occupata, a San Foca, nel 1992

Non sono un grande conoscitore della cultura giamaicana, quindi non conosco a fondo i motivi che hanno spinto storicamente gli artisti giamaicani a farsi portabandiera di questi messaggi. Credo siano legati ad alcune matrici culturali che affondano le radici nel rastafarianesimo. Ci tengo a sottolineare che il fenomeno reggae pugliese, almeno nella sua complessità sociale, non ha connessioni dirette con la cultura giamaicana, tanto meno con il rastafarianesimo. L’esperienza pugliese nasce sulla scia dei rude boy londinesi, quindi ha relazioni con il punk e il rock. La Giamaica è sullo sfondo, almeno in un primo momento.

Militant P diceva “l’importante, credimi, è comunicare”. La comunicazione, oggi in particolare, è un tema fondamentale. Una grossa parte della vita e della condivisione si sono spostate su Internet e soprattutto sui social network, nuovi mezzi di comunicazione con cui tutti inevitabilmente dobbiamo fare i conti. Molte delle dinamiche di aggregazione e di socialità descritte in Rockman, anche per questi motivi, sembrano lontanissime. Come valuti questo cambiamento? Ed in che modo secondo te la scena musicale o l’attivismo politico sono influenzati da Internet?

La comunicazione è una parola di cui oggi si abusa e che sembra aver perso il suo significato e sappiamo tutti quanto siano cambiate le dinamiche relazionali con l’affermarsi dei social media. A riguardo c’è una vasta letteratura e non serve certo il mio contributo. Sono convinto, però, che le dinamiche di aggregazione sociale abbiano senso nel periodo in cui si determinano e non credo siano morte a causa dell’avvento della Rete; sono “semplicemente” cambiate. Per quanto riguarda la musica il discorso è molto simile. Sono nate nuove esigenze per gli artisti e ci si è adattati al nuovo mezzo digitale, nel bene e nel male. Vent’anni fa molti musicisti avrebbero potuto solo sognare un mezzo low cost in grado di far conoscere la propria musica a migliaia di persone in tutto il mondo. Demonizzare a priori le nuove tecnologie è come guardare il mondo dallo specchietto retrovisore. Di contro, i social media e le nuove tecnologie della comunicazione possono restituire un’immagine illusoria del panorama artistico, con il rischio di assistere alla nascita di una pletora di incapaci plagiati dalle stesse tecnologie che pensano di poter dominare. L’importante è interpretare i social media e Internet come una possibilità in più rispetto a un percorso di ricerca etica ed estetica molto complesso, che si sviluppa anche al di fuori della Rete.

Spesso, riferendoti alla generazione descritta nel film Rockman, hai parlato di “ultima generazione resistente da un punto di vista artistico”. Cosa intendi?

Quella di fine Anni ’80 inizio ’90 è stata a mio avviso l’ultima generazione che ha condotto un tipo di lotta politica collettiva attraverso le arti, innovando la tradizione di militanza artistica nata negli Anni 70 e che a sua volta affonda le sue radici storiche nella lotta partigiana. Ciò avvenne perché ai valori della cultura politica italiana, sdoganata dalla retorica politichese in cui si era impantanata la precedente generazione, si unirono l’estetica e i contenuti delle sottoculture urbane importate da Stati Uniti, Gran Bretagna, ecc. In Italia, dalla metà degli Anni ’90 in poi, l’impegno politico nell’arte lo si registra solo nell’esperienza di singoli artisti o di piccoli gruppi, ma non credo si possa parlare oggi di una generazione di artisti che portano avanti una resistenza culturale come fosse un movimento unico.

Negli ultimi anni, soprattutto nel Salento ed in Puglia, tutti sembrano essersi accorti dell’importanza della musica Reggae. Anche le istituzioni cominciano a spingerla, cosa che certamente non succedeva ai tempi di Rockman. Non penso sia sbagliato affermare che, in questo modo, la musica si è inevitabilmente allontanata dai circuiti underground per prendere una direzione nuova, probabilmente più commerciale. Sei d’accordo? Pensi che questo fatto modifichi l’essenza della musica Reggae italiana?

Non credo ci sia un’unica verità a riguardo. Certamente può accadere che facendo il salto nel mainstream qualsiasi forma di espressione artistica, soprattutto se politicamente orientata, possa perdere forza ed efficacia. Il mercato impone delle regole e dei ritmi e chi non riesce a starci dietro inevitabilmente si perde. Il mainstream ha la forza di neutralizzare l’arte come agitatore sociale, ma riesce anche a potenziarla. Tuttavia, credo che sia un falso problema quello di contrapporre l’arte alla sua vendibilità. Quanto alla musica possiamo distinguere tra buona musica e pessima musica. E il reggae non fa eccezione. Il problema semmai è l’uderground. Quest’ultimo è sempre stato un serbatoio prezioso per il mercato musicale, ma adesso è a rischio. Il mainstream lo sta saccheggiando e riducendo a spettacolo di intrattenimento. Il pericolo più grande che vedo sta proprio nella spettacolarizzazione dell’underground, nella sua istituzionalizzazione all’interno di modelli estetici e comunicativi già troppo codificati. Detto ciò, i circuiti musicali underground esistono ed esisteranno anche in seguito, certo non sono forti e visibili, mentre oggi è la musica così detta “commerciale” ad essere più in vista. Bisogna comunque ricordarsi che un artista ambisce sempre a vivere del suo lavoro.


Gabriele Cavalera

L’ALTRA CITTÀ: Agonismo, Antagonismo, Gol-iardia!

Docu-film di Cristian Sabatelli e Pippo Cariglia (2012)

altra-città-documentario-565x288Siamo a Lecce, città nota ai più come culla del barocco, bella e luminosa, con i suoi palazzi in pietra leccese che hanno ingraziosito le riprese di non pochi registi, giunti nel capoluogo salentino per girare i loro film. Da Ozpetek al drone che nell’estate 2013 è stato puntato su Lecce (qui armato di videocamera invece che di missili). Esempi di cine-occhi attratti dal capoluogo salentino non mancano di certo. Riconosciuta come la “porta d’Oriente” d’Europa, Lecce vuole concorrere tra le città più attive e tolleranti nei rapporti interculturali.

Ma scavalchiamo gli stereotipi e allontaniamoci dalle vie del centro sterilizzate dalle marginalità sociali. Due giovani registi che conoscono e vivono la realtà di strada leccese si inoltrano nella periferia, più precisamente all’ “Opis” – l’ ex ospedale psichiatrico di Lecce -, per raccontare con “L’Altra Città” un’altra Lecce appunto, quella più vera e vissuta. Alle spalle del vecchio manicomio c’è un campetto di calcio dove, ormai da cinque anni, ha successo un progetto sportivo di forte impatto politico, senza precedenti nella città: “Calcio Senza Confini”, un torneo di calcio popolare radicato sui valori di solidarietà, antirazzismo e antifascismo, dove gli appassionati del pallone, del Borghetti, della baldoria collettiva e della libertà si riuniscono nella sfida e nella gioia. Ed è dalle comunità di immigrati, protagonisti di questo spazio senza barriere culturali, che Cristian Sabatelli e Pippo Cariglia partono per dare voce a chi viene eclissato nell’ombra della “città-bomboniera”. Sono tanti gli immigrati leccesi che partecipano a Calcio Senza Confini, sia in campo che sugli spalti, alcuni dei quali raccontano nel docu-film gli ostacoli che hanno dovuto affrontare per arrivare fino in Italia. Difficoltà che spesso si ripresentano, per via della burocrazia di Stato che attanaglia le vite di donne e uomini, quotidianamente minacciati dallo spettro dell’espulsione o della reclusione nei Centri di Identificazione ed Espulsione. I ricordi atroci del “Regina Pacis” riecheggiano nelle parole di chi testimonia la vita da clandestino in Europa.

Finalmente con “L’Altra Città” si entra nel vivo dello scenario extracomunitario in un modo del tutto inedito e sincero, scoprendo le differenze culturali tra le diverse comunità etniche che vivono dentro e intorno a Lecce. Il villaggio rom “Panareo” e la fierezza di chi ci vive, i condomini abitati dalle famiglie marocchine e da giovani senegalesi, carichi di ambizioni musicali; tutti luoghi “insonorizzati”, isolati dalla Movida, impercettibili dai leccesi benpensanti. Mai in precedenza si è aperta una finestra interculturale che si affacci al vissuto di persone che, dalla città che brama il titolo di “Capitale della cultura”, hanno maggiormente ricevuto sfruttamento e ignoranza.

L’Altra Città” è una produzione Zerobudget, in collaborazione con Bfake e Bpress. Questo docu-film senza toni da reportage e patetici sensazionalismi fa dello sport un veicolo di giustizia sociale e felicità collettiva, antagonista al capitalismo sportivo e al razzismo che spesso si ritrova tra gli stadi e la strada. Le storie raccontate da chi partecipa nel docu-film rendono l’idea di cosa sia la Giustizia di Stato nei confronti degli immigrati: la loro colpa è di non essere italiani. Tutto questo è raccontato prima, durante e dopo le partite di “Calcio senza Confini”, un evento che considero una parte di quel pezzetto di Lecce che posso ancora ritenere libera e felice.

                                                                                                                                                                                                             Federico

Ed Wood di Tim Burton: nel cinema vive tutto

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Nel 1994 Tim Burton ha reso tributo, attraverso un film, a colui che è generalmente riconosciuto, non senza ironia, come “il peggior regista di tutti i tempi”: Edward D. Wood Jr. Noto per la trama approssimativa dei suoi film, per la rapidità delle riprese e per la banalità dei dialoghi, Ed Wood era mosso da una fiducia unica nelle sue creazioni. Morì all’età di soli cinquantaquattro anni, nel 1978, a causa dei suoi problemi con l’alcool. Tra i suoi ultimi film si ricordano anche delle pellicole pornografiche. Non ebbe mai successo e solo dopo la morte è stato, almeno in parte, rivalutato. Ridurre Ed Wood ad un regista di bassissimo profilo, come spesso accade, è semplicistico. Alcune cose gli vanno riconosciute. Un film come Glen or Glenda, ad esempio, è di fondamentale importanza se si considera il modo – avveniristico per l’epoca – attraverso il quale vengono trattati dei temi riguardanti le presunte “deviazioni” sessuali, che caratterizzavano lo stesso Ed Wood che appariva almeno come una persona onesta intellettualmente.

In Ed Wood Tim Burton descrive una parte della vita del regista statunitense, quella che riguarda il periodo della profonda amicizia con Bela Lugosi (il protagonista di Dracula, ormai in declino artistico) e la realizzazione di alcuni suoi film più celebri: Glen or Glenda, The Bride of the Monster, Plan 9 from outer space.

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Nel 1953 il giovane regista Ed Wood vuole emulare il suo idolo Orson Welles, realizzando un capolavoro all’età di soli ventisei anni. Girare un film, però, sembra impossibile. Il “sogno” si realizza quando per caso incontra Bela Lugosi, e grazie all’amicizia che nasce con esso, riesce a farsi affidare la regia di un film promettendo la presenza del celebre protagonista di Dracula come attore principale, al prezzo di soli mille dollari. Nè questo né altri film di Ed Wood saranno mai dei capolavori. Ma il modo in cui Tim Burton narra le vicende di Ed Wood e della sua strampalata compagnia, ridà vita a quei film ormai dimenticati, facendoli rinascere nuovamente, rendendoli dei capolavori, cogliendo la parte più dolce ed umana del regista statunitense. Ciò avviene grazie ad una splendida regia, ed alle incredibili interpretazioni di Johnny Depp e Martin Landau, ma anche degli altri attori presenti nel film, tutt’altro che secondari, come Bill Murray e Lisa Marie.

Il film è stato girato con uno stile simile a quello del “vero” Ed Wood, è un continuo richiamo alle opere del cinema passato; lo dimostrano la scelta del bianco e nero e le colonne sonore. Ma non si tratta solo di una nostalgica rievocazione dei bei tempi del vecchio cinema di Hollywood. Durante il racconto della realizzazione di ogni singolo film di Ed Wood, trovano spazio tanti altri temi, tutti trattati in modo magistrale. L’amicizia tra Ed Wood e Bela Lugosi è commovente, e lo è in un modo vero, profondo, sentito. La solidarietà che la troupe cinematografica ha per Ed Wood è incredibile. La crisi artistica (e quindi economica) del divo Bela Lugosi è raccontata con una sincera tenerezza. Le relazioni d’amore di Ed Wood diventano l’unica possibile soluzione ai suoi fallimenti, un modo per sentirsi vivo e felice all’interno di un contesto che non ha nessuna voglia di apprezzarlo. C’è perfino spazio per una critica al sistema sanitario statunitense: Bela Lugosi, tossicodipendente da vent’anni, nonostante i gravi problemi di salute è costretto a lasciare l’ospedale in cui viene curato perchè non ha più risparmi da parte. In questo film c’è tutto.

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Tim Burton ci mostra che si può essere “eroi” al di là dei fallimenti lavorativi o artistici. Ed Wood ne è il perfetto esempio: fallisce in tutto, ma è un grande amico ed è mosso da una passione che vale più di qualsiasi riconoscimento. Tim Burton lo ha glorificato, forse eccessivamente, ma non ha importanza. Visto il risultato, ne vale decisamente la pena.

Gabriele Cavalera

La guerra di Ivan. Storia di un’infanzia sognata

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Ispirato al racconto “Ivan” di Vladimir Bogomolov, “L’infanzia di Ivan” (1962) è stato, come Andrej Tarkovskij l’ha definito, il suo primo esame per ottenere il diritto alla creazione.

Ambientato durante la seconda guerra mondiale, il film narra la storia di un dodicenne, Ivan (Nikolaj Burljaev), che dopo aver perso i genitori per mano dei tedeschi, si unisce alle truppe sovietiche. Qui, sotto la guida del colonnello Grjaznov (Nikolaj Grinko) e del capitano Cholin (Valentin Zubkov) viene impiegato come esploratore per monitorare gli spostamenti del nemico.

“L’infanzia di Ivan” è un film sulla guerra vista attraverso gli occhi di un bambino, in cui le scene belliche, quasi assenti, si manifestano solo attraverso il suono in lontananza. L’attenzione, dunque, ricade sull’aspetto psicologico dei personaggi, sul loro affrontare il conflitto e sul cambiamento che quest’ultimo genera in essi.

Per il regista russo l’infanzia è quel tempo in cui si ha davanti l’intera vita, in cui tutto è possibile, realizzabile e l’individuo è immortale. Ma l’infanzia del ragazzo non ha nessuno di questi connotati, anzi, si presenta come un periodo fortemente contaminato dal conflitto, dove la sorpresa e la scoperta, l’immaginazione e la spensieratezza, sono del tutto assenti.

In questo scenario idealmente statico e tragico che è la guerra, Ivan si muove come uno spettro in mezzo ai boschi di betulle; un’apparizione, per lo spettatore, molto più luminosa dei raggi di segnalazione che attraversano il cielo.

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È nelle sue visioni oniriche che l’infanzia, sorretta dalla logica della poesia, trova uno spiraglio. Ciò, tuttavia, dura assai poco: il risveglio è quasi sempre terrificante. Così il cinguettio delle allodole si trasforma nei rumori degli spari e delle cannonate; il miraggio di una stella dentro un pozzo viene interrotto dal volto di un tenente; la vicinanza e la protezione della madre umana si sostituiscono con una nuova figura materna: la guerra. Ivan cerca di rimanere nei confini del conflitto, perché solo in essi, lui ha una funzione, esiste.

Quando i suoi “genitori adottivi”, il colonnello Grjaznov e il capitano Cholin, provano ad allontanarlo dal conflitto, mandandolo in una scuola militare, il ragazzo fugge: non si può sottrarre un figlio alla propria madre. Nell’ultima missione, Ivan, tutto solo, va incontro alla sua guerra, diventando un tutt’uno con essa.
A tal proposito, carica d’intensità, è la scena in cui l’inquadratura in movimento mostra una distesa d’acqua dove si riflettono innumerevoli alberi, dove tutto si capovolge e viene ricollocato in una nuova predisposizione: dall’alto verso il basso. Uno sparo seguito da un bagliore impresso sulla superficie ondulante dell’acquitrino, segnano la definitiva fusione tra sogno e realtà.

Il suono delle campane sancisce la fine della guerra. Dopo l’esultanza, si contano gli orrori e le perdite. Così anche Ivan non ha più motivo di esistere, la sua missione è finita. Ora può essere libero di ritrovare e vivere appieno la sua infanzia.

Pierfrancesco Gatto

LE STREGHE DI SALEM: MORTE E RESURREZIONE

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Il rock non ammette mezze misure: è diretto, brutto, volgare e non accetta compromessi. Eppure arriva inesorabile il momento in cui anche la provocazione viene fagocitata dalla cultura dominante, che la accetta e la spoglia di ogni caratteristica dissacratoria. Ciò che ne rimane è infine pura vacuità.

Lo sa bene Rob Zombie: musicista, fumettista e cineasta che nel corso della sua carriera ha delineato una poetica che potremmo definire dedicata ai reietti. I suoi film raccontano personaggi al limite (ricordiamo gli psicopatici Firefly nel dittico La casa dei 1000 corpi / La casa del diavolo e Michael Myers nel remake del classico Halloween), sempre dalla loro parte eppure senza mai trasformarli in eroi. Sono personaggi che, nella loro cattiveria, non possono comportarsi diversamente da come fanno: sono così, lo accettano ma si trovano a dover quindi fare i conti con il mondo esterno.

E’ importante notare come l’ultimo suo film Le streghe di Salem si inserisca all’interno della carriera cinematografica del poliedrico artista. Dopo il secondo, esplosivo, film dedicato alle gesta della famiglia Firefly, Zombie è rimasto imbrigliato nella macchina produttiva americana. Nel 2007 e nel 2009 diresse per la major Dimension Films il remake (e il relativo sequel) del capolavoro di John Carpenter Halloween. Nonostante mantenessero una violenza grafica e verbale inusuale per gli standard hollywoodiani, questa risultava alla fine semplice forma. Come se la produzione avesse spronato Zombie a puntare solo sull’aspetto esteriore, sacrificando quindi ciò che gli dava senso. Paradossalmente i momenti più interessanti erano quelli meno violenti, nei quali sembrava possibile scorgere il vero Rob Zombie.

Vistesi frustrate le proprie ambizioni, la proposta di Oren Peli di girare un film a basso budget ma con completa libertà creativa diventa un’opportunità da non farsi scappare. Quello che è uscito è il film in questione: Le streghe di Salem.

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Heidi LaRoq (Sheri Moon Zombie, moglie del regista) presenta uno show radiofonico nella città di Salem, nel Massachussetts. Una sera, dopo lo show, le viene recapitato un album di una sconosciuta band: i Lords. Ma quando ascolta la loro musica, Heidi inizia ad avere delle visioni.

Salem è stata teatro nel XVII secolo del famoso processo alle streghe, e le streghe sono –come il titolo italiano si premura di farci sapere – la vera attrattiva del film. Spesso rappresentate al cinema in maniera edulcorata, magari affidate ad attrici dai tratti carini e rassicuranti, Zombie decide di andare dalla parte opposta restituendo loro tutta la carica che fino a questo momento era stata negata: hanno corpi grotteschi e offensivi come il loro vocabolario. Le loro bestemmie sono dei veri e propri attacchi violenti. Il film, se pure molto ironico come è nella tradizione del regista, le prende molto sul serio perché in fondo Zombie sa che è la loro unica arma. L’utilizzo delle volgarità rivolte a Dio non è mai gratuito, ma è disperato. Come disperata è la ridiscesa di Heidi nella tossicodipendenza. Nel corso del film vediamo Heidi muoversi tra le strade di una Salem deserta. Tutto questo, insieme alla scelta –inusuale per Zombie – di girare il film con ampie lenti da 35mm (fenomenali le inquadrature nel corridoio dell’edificio in cui Heidi vive, dove sembra quasi che le mura “schiaccino” la protagonista), è finalizzato a una resa visiva dello stato d’animo insofferente della protagonista. Capiamo quindi il perché della sua scelta disperata, senza che ci venga fornita una spiegazione razionale.

Il film, provocatoriamente, contiene poche scene di violenza, eppure le immagini si susseguono come coltellate nella faccia dello spettatore.

Con questo film, Rob Zombie segna un traguardo importante nella sua filmografia: è il film della maturità, in cui l’autoriflessione si esplica nel puro meccanismo cinematografico.

E ci dimostra che uno Zombie non ha alcuna intenzione di morire.

Andrea

RIFF RAFF: uno sguardo all’Inghilterra tra Tatcher e “Cool Britannia”

Uno degli aspetti più caratterizzanti e belli del cinema di Ken Loach è l’efficacia dei contenuti politici, i quali esprimono un attacco al potere che parte sempre da una base umana, al di fuori di ogni ortodossia. È proprio la lontananza dagli intellettualismi sessantottini e l’estrema semplicità formale che fanno del regista inglese un socialista umanitario, privoB00004S8IA.02.LZZZZZZZ di dogmi vincolanti. In ogni suo film, Loach privilegia il punto di vista individuale dei suoi protagonisti- spesso figure della working class- per avvicinare gli spettatori ad una visione critica e senza miti di una società dilaniata dal neoliberismo. “Riff Raff” del 1991 è forse l’esempio più valido di quanto appena menzionato. Ambientato nel periodo in cui Margaret Tatcher dettava legge, “Riff Raff” di Ken Loach illustra la vita tipica del proletariato inglese seguendo la vita di Stevie (Robert Carlyle, qui decisamente meno schizzato rispetto al Begbie di “Trainspotting”), un operaio scozzese che, dopo la detenzione carceraria per frequenti furtarelli, è costretto a raggiungere Londra per trovare un lavoro. Stevie troverà un’ “opportunità” in un cantiere edile, dove ha modo di conoscere i suoi futuri compagni di lavoro, bruti e machisti ma dotati di una sana sincerità e solidarietà di gruppo. Solo la goliardia dei compagni di lavoro e la relazione con la fragile Susan (Emer McCourt) garantiscono a Stevie un residuo di genuina umanità. Nel corso del film, la cosiddetta “opportunità” lavorativa si rivelerà un girone infernale che sorregge un sistema di sfruttamento, umiliazione, e anche morte. Solo nel finale si illumina una via di fuga dall’oppressione salariata, drastica e gioiosa. Ma in Riff Raff Loach non si limita ad attaccare la classe al potere: qui non manca una messa in risalto alla “lotta tra poveri” e alle contraddizioni del proletariato contemporaneo. Spesso, durante il film, i lavoratori del cantiere tendono a sfogare le frustrazioni contro i più deboli (metaforico il lavoratore che calpesta con sadismo un nido di topolini) e si ostinano a contendersi le briciole di ricchezza con i propri simili ( come accade per cinque sterline in una breve scena). Inoltre, le soluzioni sindacaliste approvate dal buon Larry (Ricky Tomlinson) non sono mai prese sul serio dai compagni del cantiere, segno della sfiducia ai portabandiera e ai dirigisti lotte sociali, i sindacati.

Per quanto riguariff raffrda lo stile, Riff Raff ha una fotografia molto essenziale e scarna, una scelta coerente alla descrizione realista che Ken Loach predilige nei suoi film. Inoltre è molto interessante la scelta dello slang scozzese nella recitazione originale, caratteristica che richiama il cinema neorealista di Rossellini o De Sica, noto per la scelta dei linguaggi regionali-popolari. Un cinema che racconta la realtà cruda e senza ipocrisie, questo rappresenta “Riff Raff”. È urgente recuperare un film del genere, specialmente in questa epoca in cui le celebrazioni a figure di potere non mancano, sopratutto nel cinema. Abbiamo potuto verificarlo nel 2011, con “The Iron Lady”, un tentativo di umanizzare un’assassina sociale, la stessa che- una volta morta- fu salutata da migliaia di inglesi con lo slogan “The Bitch is dead!”.

Federico

EXTRA OMNES: COLPI DI FORTUNA?… SEMMAI COLPI DI SONNO!

colpiAlla fine sono crollato, proprio al terzo episodio. È dura ammetterlo, lo so. Boldi mi manca; penso, dopo che il pubblico in sala con una risata fragorosa, mi riporta alla realtá. Chiedo scusa, ma Lillo e Greg non li capisco. Cosa c’entrano loro con il cinepanettone? Eppure il pubblico risponde bene, anche meglio che con De sica. Strano, almeno per me. Ero entrato in sala con un particolare entusiasmo, che almeno nella prima parte mi è stato corrisposto. Un ritorno al passato, pensavo, a quell’età di mezzo segnata da film come Merry Christmas o Natale sul Nilo. La faccio breve: i due episodi promettevano bene, poi si palesa il terzo racconto che da inizio ad un’overture di una debacle infelice. Non voglio essere cattivo con Lillo e Greg. Mi sono addormentato, non è colpa mia. È stato solo un’attimo, ma decisivo. La cortese comicità del gruppo, così piena di buona creanza, mi svilisce. Non voglio essere un picconatore ingiustamente crudele sicchè l’idea, sviluppata dagli sceneggiatori per il duo romano, mi piace. Però, non è il cinepattone che piace a me, o meglio non è il cinepanettone con cui sono cresciuto. E’ un altro (mini)film; più vicino alle commedie di Genovese e Miniero che alle goduriose burle di Neri Parenti. Forse saró nostalgico, ma l’ultimo episodio é difficile da metabolizzare. Strana ribellione la mia, in fondo ho apprezzato tre quarti di pellicola. Rivoglio Biagio Izzo, Er cipolla, i peti, i rutti, le involontarie sodomie di De Sica a Boldi. Rido di queste sciocchezze, non ci posso far niente. Eppure al pubblico piace, si diverte. Non capisco, ma lo accetto; un’epoca è finita: cinepanettone est fabula.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           Tiziano Rapanà

Fresia: un film che non è all’altezza della storia che racconta

Il 7 Gennaio 2013 è stato presentato, al Db d’Essai di Lecce, il film “Fresia” di Corrado Punzi, finanziato da Apulia Film Commission. La sala del Db d’Essai ha raccolto più di cinquecento persone, molte delle quali sono rimaste in piedi per tutta la durata del film. Raramente a Lecce ci è capitato di vedere tanto interesse e partecipazione per un film. Le aspettative erano altissime.

“Fresia” racconta la storia di una donna (Fresia, appunto) che ha perso il marito Omar Venturelli durante la brutale dittatura di Pinochet, in Cile. Fresia, dopo la scomparsa del marito, ha deciso di passare il resto della propria vita a cercare giustizia. Negli ultimi mesi della sua esistenza, pur afflitta da un grave tumore, riesce finalmente a trovarsi faccia a faccia in un tribunale di Roma con colui che è ritenuto responsabile dell’omicidio e delle torture inflitte ad Omar Venturelli: Alfonso Podlech. Il film segue il processo, fino alla fine, e lo fa attraverso lo sguardo dell’avvocatessa leccese Marta Vignola.

La storia personale di Fresia è appassionante. Fresia e suo marito Omar Venturelli credevano nel socialismo di Salvador Allende, presidente democraticamente eletto poi assassinato con il colpo di stato (sostenuto dagli Stati Uniti) di Augusto Pinochet. E per questo, entrambi hanno pagato. Omar con la morte, Fresia con l’esilio. Nonostante le difficoltà che hanno caratterizzato tutta la vita della protagonista del film, conoscere la sua storia è qualcosa che riempie di fiducia. Perchè Fresia ha lottato ed ha creduto fermamente in una causa, dedicando alla ricerca della verità e della giustizia tutta la sua vita. E questa fede così forte è una cosa bellissima, rara. Ma la storia di Fresia, per quanto ammirevole sia, non basta per rendere ammirevole anche il film che ha tentato di raccontarla.

“Fresia” di Corrado Punzi è un progetto interessante, ma risulta decisamente noioso. La narrazione è lenta, le inquadrature stancano, e mai si riesce a capire bene ciò che sta succedendo. Sembra di vedere delle riprese fatte in modo amatoriale. Difficile mettere in dubbio il fatto che riprendere un processo giudiziario e montarlo sia un’operazione assai complessa. Non si può richiedere troppo. Ma si poteva ottenere decisamente di più, per rendere il film più godibile e chiaro. Molte delle cose che il film ha espresso possono essere percepite pienamente solo se ci si informa sulla storia di Fresia prima della visione del film. Nulla è espresso autorevolmente, molte interpretazioni del racconto sembrano lasciate al caso, e nelle storie di questo tipo non dovrebbe essere così.

Il governo italiano, attraverso la sua “giustizia”, ha rimesso in vita, 36 anni dopo, la brutalità della dittatura di Pinochet: non una parola critica viene spesa nel film per stimolare delle riflessioni sul modo in cui il processo si è svolto, sul modo in cui si è concluso, e non si dice nulla sul fatto che lo stato italiano sia stato – evidentemente – complice della crudeltà inflitta a Fresia. Inoltre molte scene puntano a commuovere, e questa è una cosa che imbarazza tantissimo lo spettatore attento, mentre rende glorioso il film agli occhi di uno spettatore che ha la “lacrima facile”.

Una storia come quella di Fresia meritava una narrazione migliore, all’altezza della vita di una donna la cui vicenda ha un sapore eroico.

Gabriele Cavalera

Federico Oliva