Twin Peaks, il grande ritorno

Twin Peaks non è un semplice telefilm. A parer di chi vi scrive è molto altro, si tratta di un vero e proprio prodotto pioneristico. Se guardiamo al successo di serie più recenti come True Detective, possiamo comprendere come ciò sia in parte dovuto proprio a Twin Peaks, in quanto serie tv che ha “fatto scuola”. Per comprendere il fatto che non sia una serie qualunque basta dire che la sua paternità non appartiene ad un anonimo regista che non è riuscito a sfondare nel mondo cinema, ma nientemeno che al maestro David Lynch, che insieme a Mark Frost ha ideato e costruito una delle serie più riuscite della storia della tv. È stata quet1sta infatti la prima volta che un regista noto per aver diretto film di successo decide di curare un prodotto televisivo (Lynch vantava già alcuni importanti riconoscimenti internazionali e persino una nomination all’Oscar per The Elephant Man). Per questa e tante altre ragioni la notizia che nel 2016 verrà presentato un seguito ha inevitabilmente generato non solo un frenetico conto alla rovescia ma anche una doverosa riflessione su ciò che Twin Peaks ha rappresentato per tutti noi. Ovviamente, questa lunga attesa ci ha riservato anche colpi di scena in pieno stile lynchiano, pochi mesi fa infatti ha cominciato a circolare la voce che lo stesso David Lynch avesse abbandonato le riprese per il mancato accordo economico con la produzione. Poco dopo, questi “rumors” sono stati confermati dai diretti interessati che con profondo dispiacere ammettevano che la terza stagione non sarebbe stata curata da colui che ha reso Twin Peaks oggetto di culto. Ma, proprio quando ormai ogni speranza era svanita, ecco spuntare il tanto agognato accordo. E come una scintilla si riaccende l’entusiasmo che sembrava perduto.  Tuttavia, per coloro che hanno seguito la serie fino in fondo, non è stata una sorpresa così inaspettata. C’è un passaggio (proprio nell’ultima puntata) in cui la stessa Laura Palmer, apparsa a Cooper, afferma: “I’ll see you again in 25 years”.  Chi conosce Lynch sa bene che nulla è dato al caso e che anche il dettaglio più insignificante nasconde un accurato ragionamento.

La prima stagione della serie fu vista negli Stati Uniti da circa trenta milioni di persone, che diminuirono progressivamente fino alla metà della seconda stagione, quando fu reso noto (nonostante il parere contrario di Lynch) l’identità dell’assassino di Laura Palmer. Nei mesi che seguirono la tanto attesa rivelazione, la serie perse gran parte degli spettatori e fu sospesa dal canale che la mandava in onda, l’ABC. Fortunatamente, una campagna promossa da alcuni appassionati convinse il canale a trasmettere le ultime 6 puntate.

Nonostante il suo declino, Twin Peaks rimane un momento memorabile nella storia della televisione (anche in Italia) in quanto ha influito nella costruzione di alcune caratteristiche che oggi sono avvertite come proprie di una narrazione televisiva, fra queste ad esempio un notevole approfondimento psicologico dei personaggi. Tuttavia, ciò che rende Twin Peaks una serie diversa da tutte le precedenti è la presenza, quasi sistematica, di una serie di elementi enigmatici che attraggono lo spettatore come una calamita sul frigorifero.  Accanto a queste scene apparentemente incomprensibili e un po’ inquietanti, il telefilm conteneva situazioni “comiche”, come le saltuarie apparizioni del supervisore di Cooper (interpretato dallo stesso David Lynch)  e tutta una serie gag ricorrenti, fra cui l’ossessione dello stesso Cooper per la torta alle ciliegie e il caffè nero.

La storia in questione è ambientata a Twin Peaks, una  cittadina immaginaria situata nello stato di Washington.  L’apparente stabilità di questo pezzetto di America viene turbata dal ritrovamento del cadavere di Laura Palmer, figlia unica dell’avvocato Leland Palmer.  Le indagini, affidate al detective Dale Cooper, consentono di far emergere il lato più oscuro e nascosto di questa piccola comunità. È la prima volta che per un programma televisivo diventa necessaria una così accurata riflessione. Sono molti i dubbi e le perplessità che emergono puntata dopo puntata, queste rt2iguardano il più delle volte le assurde visioni di Cooper. Nel corso della storia, alcune di queste visioni si rivelano utili per ottenere indizi circa le misteriose scomparse delle numerose vittime altre, però, sfuggono all’ immediata comprensione. Come tutte le volte in cui la comprensione non è scontata, si apre davanti a noi un ventaglio di molteplici interpretazioni, alcune delle quali in contrasto tra loro. È così, anche chi vi scrive, ha provato a elaborarne una propria. Dietro l’assassino di Laura Palmer non si nasconde una persona o un gruppo di persone, ciò di cui è vittima la giovane studentessa di Twin Peaks è la malvagità  e la sconfinata perversione umana. Nessuno si sente più al sicuro, la comunità di una cittadina immersa nella quiete conosce qualcosa che non aveva mai provato fino ad ora: tutte le certezze vengono meno. Laura non è l’unica, altre sono le  vittime che vengono travolte dalla furia omicida che si diffonde come una epidemia per le strade di quella un tempo era solo un’anonima cittadina e  che ora sembra essere sprofondata in un incubo. Tutti questi elementi sono facilmente ricollocabili in tanti altri film del maestro David Lynch. All’interno di molti dei suoi lavori viene oltrepassato il confine aldilà del quale ogni certezza e convenzione crollano, per lasciar il posto ad uno stato di insicurezza in cui emerge il  lato più oscuro della nostra coscienza. Non è un caso che i protagonisti delle sue storie siano vittime di cambi di identità, stravolgimenti esistenziali o drammi irreparabili e che inevitabilmente, il più delle volte, cadano nell’oblio.

In questo microcosmo anche la musica acquista grande rilievo. La Soundtrack è opera del compositore italo-americano Angelo Badalamenti, grande amico di Lynch, per il quale aveva già curato le colonne sonore di due grandi film, Velluto blu e Cuore selvaggio. Il mistero, la paura e l’inquietudine che avvolgono il mondo di Twin Peaks non sarebbero tali senza il suo accompagnamento musicale.  Una presenza quasi costante sia nella serie che nel prequel, Fuoco cammina con me. Basti pensare al sottofondo che accompagna la sigla di apertura, sono sufficienti pochi secondi per farci accedere in un mondo mistico e surreale, un mondo che da un lato ci attrae dall’altro ci spaventa. Queste prime note ci permettono di entrare in punta di piedi in una piccola cittadina colma di segreti che stimolano fantasia e curiosità. Sono diversi anche i momenti noir/jazz che permettono in alcune scene di alleggerire la tensione e contribuiscono in altre a creare un’atmosfera surreale e misteriosa. Insomma, la colonna sonora di Angelo Badalamenti è un elemento imprescindibile nella costruzione di Twin Peaks, un concentrato di emozioni senza tempo che non può che attirare e impaurire chiunque vi graviti intorno. Ed è per questo che Lynch ha voluto affidarsi nuovamente a Badalamenti, reinserendolo nella squadra che sta lavorando alla terza stagione.

Non ci resta, dunque, che attendere impazienti l’uscita della terza stagione, per commentarla con altrettanto entusiasmo e per riammirare la grandezza di una delle menti più brillanti che il Cinema abbia mai conosciuto. Che il conto alla rovescia abbia inizio!

Giulio Greco

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Il curioso del cinema: Registe

Il curioso del cinema ha incontrato Eugenio Allegri (Vincenzo Caccavone - amico della famiglia Notari) ___ © foto di Simone Nepote AndréDiana Dell’Erba, regista della docufiction “Registe”. Si tratta di un’ opera di narrazione documentale sul vissuto femminile del mestiere di cineasta, raccontata come un uditorio a più suoni inframmezzato da declamazioni sceniche. Vi consiglio l’acquisto in dvd, edito da Eagle Pictures.

 Quali sono state le dissertazioni che hanno portato alla genitura della sua opera?

Due grandi argomenti sono alla base di “Registe: il miglioramento di sé e la questione femminile. Penso che ogni essere umano debba lottare per comprendere se stesso e il mondo che lo circonda, migliorarsi per avvicinarsi il più possibile a ciò che davvero è e, di conseguenza, essere sereno. Questo è ciò a cui tengo sul piano “straordinario”. Sul piano “ordinario” invece la vita mi ha posto davanti alla questione femminile e, avendo assistito ad alcune oppressioni fatte da uomini nei confronti di donne, ho deciso di dedicare una ricerca al mondo femminile.Maria

Pensa davvero che le donne, nel cinema, siano discriminate?

La maggior parte delle lavoratrici del cinema che ho intervistato sostengono di sì: pensano che ci sia una sostanziale discriminazione. I dati per ora confermano un enorme disequilibrio. Ed oggi per fortuna alle, tantissime ma per lo più sconosciute, ricerche di Women’s Studies, si stanno affiancando studi ufficiali, come quella  condotta dall’osservatorio dell’audiovisivo del Consiglio d’Europa dalla quale scaturisce che ”…se tutto rimane invariato, ci vorrà mezzo secolo per ottenere la parità tra i sessi sul fronte del numero di film diretti e, tre quarti di secolo per ottenerla al botteghino…”

Maria De Medeiros  interpreta Elvira Notari (1875-1946),  la prima regista italiana.Insisto e reitero: La sua carriera, da regista, è stata, in qualche modo, ostacolata o ostracizzata?

Non posso dire di avere una carriera da regista. Io ho studiato altro e mi sono trovata nella condizione di poter realizzare un film/documentario solo grazie ad un team di persone, con le quali lavoro da quasi dieci anni. L’Altrofilm, con la lungimiranza e l’indipendenza che la contraddistingue, mi ha permesso di lavorare in un modo professionale, artigianale e libero, e di soddisfare questa piccola grande urgenza.

                                                                                                                                                                                                                                                                           Tiziano Rapanà

Il curioso del cinema: Meraviglioso Ciro!

ippolito 1Finalmente, ho intervistato, Ciro Ippolito! E’ un sogno che si avvera. Non esagero: sono cresciuto con i suoi film. In casa, conservo gelosamente i dvd di “Arrapaho” e “Vaniglia e cioccolato”. Ciro mi ha raccontato della sua carriera di regista e produttore ed abbiamo parlato, anche, della sua autobiografia “Un napoletano ad Hollywood” (ve la consiglio perché diverte e non annoia) e di Alien 2, uscito da poco in blu-ray.

Il libro è il racconto di un sogno? Ovvero, La narrazione di una speranza realizzata?

No, è una sorta di autobiografia. E’ un racconto, anche autonomo, che serve per divertire. E lo fa servendosi di fatti realmente accaduti, però, riletti da me.

Nel libro, parli poco di “Vaniglia e Cioccolato”…

Beh, in verità, di molti film se ne parla poco. Ho raccontato gli episodi che mi divertivano, che ricordavo. Io scrivo di getto. Non è un libro autocelebrativo. Il suo scopo non è commemorare, semmai divertire.ippolito 4

Che tipo di operazione era “Alien 2”?

Era un’operazione “piratesca”. In quel periodo si facevano delle operazioni “pirata”… passava la preda e l’acchiappavi al volo… A volte andava bene e a volte no.

Biagio Proietti, quanto ha lavorato alla pellicola?

Ha lavorato due, tre giorni. Il materiale che ha girato, non l’ho nemmeno utilizzato.

Non ho mai capito l’operazione “Zampugnaro ‘nnamurato”. Era una risposta al successo di “Nu Jeans e Na maglietta” con Nino D’Angelo?ippolito2

Assolutamente no. Quello era un genere che avevo iniziato io con un film precedente che si chiamava “Pronto Lucia”. Era stato un successo molto forte per quel filone. L’interprete principale era Carmelo Zappulla che ha interpretato, anche, questo film. “Zampugnaro nnamurato” era un tentativo di fare un musical, tratto da un classico del teatro napoletano di Armando Gil. Lo avevo rivisto, volevo renderlo moderno. Era un’operazione che non è molto riuscita, rispetto all’idea portante. Però il film, quando è uscito nelle sale, ha avuto buone critiche.

ippolito 5“Arrapaho”, però, è molto più musical rispetto allo “Zampognaro nnammurato”

Con “Arrapaho”, avevo trovato il genere giusto. Avevo trovato una linea, per poter raccontare in termini musicali. Con “Arrapaho” guardavo ai Monty Phyton, però il mio idolo è stato Vincent Minnelli. Anche il mio ultimo film “Vaniglia e cioccolato”, contiene un omaggio a Minnelli.

Come nasce “Vaniglia e Cioccolato”?
Semplicemente, mi divertiva raccontare questa storia: volevo fare un western dei sentimenti. Il film è stato distribuito in tutto il mondo e in America del Sud ha avuto un successo enorme.

Tra i tanti film che hai prodotto di Mario Merola, qual è quello che ti è piaciuto di più?

Mi è piaciuto “Napoli… la Camorra sfida, la città risponde”, perché il finale è la prima scena che ho diretto in vita mia. Sul copione, quella scena non c’era: me l’ero inventata al momento. L’avevo spiegata al regista Alfonso Brescia, però non l’aveva capita e l’ho girata io.

ippolito 3Carmelo Bene doveva interpretare il cattivo in Lacrime Napulitane?

Si, l’avevo proposto a Carmelo Bene, ma non lo volle fare. Mi chiese un sacco di soldi. Lacrime Napulitane, rispetto agli altri film con Merola, era un’operazione molto più sofisticata.

Sbaglio o la voce di Merola, nei primi film, non era la sua?

Si, all’inizio era doppiato. Io lo facevo doppiare da Peppino Rinaldi. Era il più grande doppiatore italiano, era il doppiatore di Paul Newman, di Marlon Brando, era un genio. L’ho anche citato nel libro, nella prima parte. I primi film erano doppiati da una cooperativa di doppiaggio. Avevo scelto Rinaldi perché Merola, tecnicamente, non era capace di doppiarsi. Non l’aveva mai fatto e quindi era difficile farglielo fare. Merola era un attore istintivo e, all’epoca, era continuamente impegnato. Faceva quattrocento serate l’anno e quindi era impossibile bloccarlo. Un giorno è successo che Rinaldi si è stancato, perché i turni di doppiaggio erano tanti. Io gli facevo fare novanta anelli in tre turni e tecnicamente era un tour de force incredibile. Voleva dire doppiare un film in un giorno. Mi venne, quindi, l’idea di provarci con Merola. Cosi lo chiamai, gli insegnai a doppiare e imparò subito. Lui era un cantante e aveva i tempi giusti. E da quel film in poi, credo che la pellicola fosse “I contrabbandieri di Santa Lucia”, si è sempre doppiato da solo.

Ciro, concludendo, perché i lettori dovrebbero acquistare la tua autobiografia?

É un buon investimento. Ti dirò di più, dovrebbero acquistarne più di una copia. Fra qualche anno il libro varrà moltissimo… ovviamente la mia è una risposta ironica!

                                                                                                                                                                                                                                                                              Tiziano Rapanà

Cinema e Psicoanalisi: da Pabst a Zizek

 

Cinema e psicoanalisi nascono entrambi alla fine dell’Ottocento. Il 28 Dicembre del 1895 a Parigi venne proiettato il primo film dei fratelli Lumière, mentre a Vienna, proprio in quell’anno, Freud e Breuer pubblicarono il primo testo di argomento psicoanalitico: Gli studi sull’isteriaGli universi paralleli del cinema e della psicanalisi si incrociano nel 1926, anno in cui Georg Wilgiuliohelm Pabst termina la sua opera cinematografica dal titolo Il mistero dell’anima per la cui realizzazione fu richiesta, inutilmente, una consulenza allo stesso Freud. L’opera del regista ceco aveva lo scopo, come dichiarato nel titolo, di rappresentare, attraverso il linguaggio cinematografico, il mondo interiore e l’inconscio del protagonista della vicenda. Da allora i rapporti fra le due discipline sono stati intensi e frequenti. Registi diversi per cultura, stile e tematiche come Alfred Hitchcock, Federico Fellini, Stanley Kubrick, Luis Buñuel, Ingmar Bergman e moltissimi altri; hanno utilizzato per le loro opere riferimenti alla psicoanalisi, creando pellicole che fanno parte della storia del cinema. Nonostante possano sembrare a prima vista due ambiti inconciliabili, cinema e psicoanalisi hanno mantenuto sempre dei rapporti e degli intrecci piuttosto stretti. Entrambi, nel corso del tempo, hanno tratto profitto da questo rapporto, in una doppia prospettiva: la psicoanalisi si è servita del cinema per portare all’attenzione delle masse le complesse tematiche psicoanalitiche, e il cinema si è servito della psicoanalisi come strumento in grado non solo di fornire argomenti e soggetti da trasporre in immagini che catturassero l’attenzione del pubblico, ma anche di fornire teorie attraverso le quali il cinema potesse spiegare se stesso e il proprio funzionamento. E non è neppure un caso se i primi critici cinematografici erano contemporaneamente psicologi. 

Per quanto concerne la prospettiva cinematografica, esistono tre modalità di utilizzo della psicoanalisi all’interno di un film:

1) Film che rispecchiano le problematiche psicologiche del suo autore;

2) Film che ci raccontano, visualizzandole, particolari nevrosi o psicosi di cui sono preda i personaggi all’interno della storia(es: Hitchcock, Bergman, Kubrick);

3) Film che si servono di alcuni concetti psicoanalitici per svelare le dinamiche che sono alla base del suo rapporto con lo spettatore (es: il Cinema surrealista).

Tra i vari giulio2registi e filosofi che hanno studiato la connessione tra cinema e psicoanalisi, non possiamo non menzionare Slavoj Zizek, noto filosofo e psicoanalista sloveno. In molti dei suoi lavori, tra cui il documentario The Pervert’s Guide to Cinema (2006), Zizek mette in evidenza il punto di incontro tra questi due universi i cui linguaggi, apparentemente così lontani, parlano in realtà della stessa materia: i nostri desideri e i nostri sogni. Slavoj Zizek è un astuto cinefilo, riesce a mescolare sapientemente ciò che è noto e risaputo con il piccolo “frammentino” di un film poco noto. Un esempio è Possessed, film americano degli anni ’40, da cui riprende la scena in cui una donna, dopo aver salutato il suo amante, ritorna verso casa e incrocia un treno. Dalla strada la donna è in grado di osservare ciò che avviene all’interno del treno. Il filosofo sloveno paragona lo stupore provato dalla protagonista davanti a questa scena alla magia dello spettacolo cinematografico.

In questo documentario Zizek si interroga riguardo al cinema attraverso la psicanalisi e invita lo spettatore a pensare a che cosa il cinema rivela di noi. La regista Sophie Fiennes, che ha curato le riprese del documentario, ha messo il filosofo nella condizione di invitare il cinema dal suo psicanalista, permettendogli di spiegare il suo pensiero mediante la cultura popolare, e soprattutto tramite il cinema. Vero punto di incontro tra cinema e psicoanalisi, la Guida Perversa di Žižek dimostra come “il cinema è l’arte perversa per eccellenza: non ti dà quello che desideri ma ti insegna a desiderare”. Ed è proprio sulla base di questa affermazione che si lancia in un travolgente viaggio per esplorare la natura umana attraverso la visualizzazione dell’immaginario che il cinema offre allo spettatore: fantasia, realtà, sessuali tà, soggettività, forma e desiderio, sono i veri protagonisti nascosti dentro il grande schermo e anche dentro il nostro inconscio. Zizek, mentre spiega i suoi film preferiti, occupa fisicamente la scena. Si incorpora nel film. Prende parte, ad esempio, ad una scena del film Fight Club di David Fincher, in cui il narratore (Edward Norton) continua a prendere a calci se stesso. Zizek spiega che in questo caso non si tratta di un‘espressione di masochismo perverso, piuttosto del fatto che giulio1il narratore, per poter resistere ai suoi nemici, deve anzitutto lottare contro se stesso, contro ciò che lo ha costretto alla condizione di schiavitù in cui si trova. Dopo aver visto The Pervert’s Guide to Cinema, non andremo più al cinema con lo stesso godimento passivo. In questo documentario la problematica attivo/passivo nei confronti del cinema è una questione davvero saliente. Il cinema, grazie alla sua natura di finzione e alla sua distanza dello schermo, rispecchia le nostre ansie e i nostri desideri mantenendoli, come afferma lo stesso Zizek, ad una distanza di sicurezza. Non a caso il riferimento ai film di David Lynch rappresenta uno dei momenti più intensi del documentario proprio perché la vera tensione in lui sta nel fatto che riesce ad oltrepassare il confine oltre il quale ci sentiamo al sicuro. Zizek termina con un appello ad intendere il cinema come un’arte essenziale della nostra realtà: i grandi registi giocano un ruolo cruciale in quanto ci consentono di affrontare dimensioni per cui non siamo ancora pronti.

 

Giulio Greco

 

 

 

 

Antropophagus still alive: Ricordando Joe D’Amato

AntropophagusQuest’articolo vuole essere un sincero omaggio all’artista Aristide Massaccesi, in arte Joe D’Amato. Regista tuttofare ha realizzato circa 200 film nella sua carriera. Ha incontrato tutti i generi possibili, dall’horror al porno, firmati con i più fantasiosi pseudonimi. Debutta al cinema con il decamerotico “Sollazzevoli voglie di mogli gaudenti e mariti impenitenti”. Fin da subito dimostra la sua versatilità girando, nello stesso periodo due western (“Un bounty killer a Trinità” e “Scansati… a Trinità arriva Eldorado”), due peplum erotici ( “La rivolta delle gladiatrici”, co-diretto con Steve Carver, e “Diario di una vergine romana”), un war movie (“Eroi all’inferno”), e un horror (“La morte ha il sorriso dell’assassino”). “Giubbe Rosse”, pellicola interpreta da Fabio Testi e Renato Cestiè, è la prima firmata con, il nome d’arte, Joe D’Amato. A raccontarlo è lo stesso regista in un’ intervista su Nocturno, citata nel dizionario Stracult di Marco Giusti. “Un produttore, Ermanno Donati, mi disse: Oggi vanno di moda gli italo-americani: Scorsese, Coppola, De Niro… perché non ti firmi Joe D’Amato? Poi questo nome è diventato una specie di marchio, di fabbrica, che funzionava”. L’esplosione di Massaccesi avvenne con la serie erotica di “Emanuelle nera”, interpretata da Laura Gemser. Joe D’Amato è considerato un pioniere dell’hard italico, infatti “Sesso nero” è considerato il primo film porno italiano. Antropophagus, horror cannibalico di forte impatto, è il suo film più noto. Dopo aver circumnavigato tutti i generi possibili, nel 1993 passa definitivamente al cinema a luci rosse. Per un certo periodo è stato anche produttore, lanciando registi come Michele Soavi e Fabrizio Laurenti. E’ morto nel 1999.

Ho voluto raccogliere le testimonianze delle persone che l’hanno conosciuto, lavorato con lui o che si sono occupati della sua filmografia. Desidero ringraziarli del loro contributo che ha permesso, questo piccolo ma sentito ossequio a Massaccesi. Antonio Tentori, saggista di alcuni libri su D’Amato nonché sceneggiatore del suo ultimo horror “papaya dei caraibiFrankenstein 2000”, mi ha raccontato del rapporto lavorativo che ha avuto con D’Amato.

“Lavorare con Aristide era un vero piacere, perché ci si divertiva molto con lui. Era una persona adorabile, di grande umanità e con un innato senso dell’umorismo. Quando andavo a trovarlo in ufficio c’era sempre un’atmosfera amichevole, serena, quasi di famiglia, anche perché i suoi collaboratori erano sempre gli stessi. Mi ricordo che quando c’erano delle parti nella sceneggiatura che non funzionavano, mi diceva di rifarle, ma finiva spesso in una delle sue inconfondibili risate. Il suo metodo lavorativo era quello di una produzione artigianale che realizzava molti film low budget, diretti da lui stesso e da altri registi, girando anche all’estero. Era una persona che andava subito sull’immediato, nel senso che non c’era tempo per girare intorno ai progetti: o si facevano oppure no. Non perdeva mai tempo. Così il film partiva, era messo in preparazione, come è accaduto con Frankenstein 2000, che aveva già una sceneggiatura, di cui però Aristide non era del tutto convinto. Il suo rappresenta un modo di fare cinema che adesso in Italia è diventato raro, ma che a mio avviso è ancora un ottimo esempio di cinema low budget… I suoi generi preferiti erano l’horror e il thriller. Aveva sempre voglia di farne uno nuovo, infatti, tra i suoi ultimi lavori c’è La iena, che è un giallo erotico. Ma era l’horror era il genere preferito. (Gli chiedo della collaborazione fra Massaccesi e Montefiori)… era una vera amicizia e una collaborazione che è durata per moltissimi anni. Ritengo che insieme si completassero a vicenda. Sia come attore che in qualità di sceneggiatore, Luigi Montefiori-George Eastman ha firmato alcuni dei più interessanti film di Aristide.”

orgasmo neroGordiano Lupi, mi ha parlato del sodalizio artistico tra Massaccesi e Bruno Mattei, di cui aveva già scritto nel volume “Bruno Mattei, l’ultimo Artigiano”. Mi ha descritto minuziosamente le varie collaborazioni di Mattei nei film di D’Amato.

“ …Emanuelle e Françoise (Le sorelline) (1975) non ha niente a che vedere con la serie di Emanuelle nera. Si tratta di un thriller erotico che ricorda i lavori successivi soltanto per il nome della protagonista. Il film è scritto, sceneggiato e diretto da Aristide Massaccesi e Bruno Mattei, però decidono di comune accordo di accreditarlo soltanto a Joe D’Amato, un nome in ascesa nel gradimento popolare. A sentire Mattei il ruolo di Joe D’Amato sarebbe limitato alla direzione della fotografia: il grosso del film sarebbe opera sua, sia come sceneggiatura sia come montaggio. Prendiamo la dichiarazione con il beneficio dell’inventario, anche perché non esiste una controprova e inseriamo la pellicola nella filmografia di entrambi i registi. Il film è massacrato dalla censura nelle scene saffiche e di sodomizzazione, ma quel che resta è abbastanza esplicito e crudo.. Girato in due versioni, come di moda nel periodo. La versione soft è quella ufficiale, quella hard all’estero è rimpolpata da scene apocrife. Alcuni attori sono voluti da Bruno Mattei: Rosemarie Lindt, vista e apprezzata in Salon Kitty (1975) di Tinto Brass ma anche amica personale del regista, e Luciano Rossi, eccezionale nelle parti da pazzo con i suoi occhi spiritati. Patrizia Gori, invece, è fidanzata con il regista Franco Lo Cascio che frequenta il set per motivi personali, ma che diventerà amico e collaboratore di Aristide Massaccesi. La scena onirica del banchetto cannibalico è un’idea originale di Massaccesi, non prevista dalla sceneggiatura, ma davvero geniale, anche se provoca molti problemi con la censura. In definitiva il film si ricorda soprattutto per certe sequenze eccessive. Il rapporto sul set tra Mattei e Massaccesi si limita a questo film. Mattei collabora con Joe D’Amato per Eva nera, ne cura il montaggio e l’edizione, fornisce un lavoro complesso perché trasforma Jack Palance da buono in cattivo. Mattei riconosce genio e inventiva a Massaccesi, in tempi recenti lavora su alcuni suoi vecchi film come Diario di una vergine romana. Il merito di aver rivitalizzato una frankestein 2000pellicola girata in 2P è tutto di Mattei. Egli collabora con Joe D’Amato anche a Le notti porno nel mondo (1977 e 1978), due pellicole con protagonista Laura Gemser, ma il suo coinvolgimento si limita alle scene senza l’attrice indonesiana e al materiale di repertorio acquistato in Svizzera e montato dal regista. Le notti porno nel mondo (1976) è un film del genere mondo movie; D’Amato esperimenta così anche quel genere così controverso e discusso che fu il cavallo di battaglia di Gualtiero Jacopetti. La regia è attribuita a Jimmy Matheus (Bruno Mattei) ma Joe D’Amato è accanto a lui. Il soggetto e la sceneggiatura sono di Mattei, la fotografia di Enrico Biribicchi (quasi un’eccezione che non sia di Massaccesi), la musica di Gianni Marchetti, il montaggio di Vincenzo Vanni. Lo produce Mario Paladini per la Sorgente Cinematografica. Distribuito da Fida. I protagonisti sono soltanto Laura Gemser che fa la parte di se stessa e Marina Frajese per la versione hard distribuita all’estero. Laura Gemser ci conduce alla scoperta di una serie di spettacoli erotici ambientati in varie parti del mondo. Si parte con una filippica contro i falsi moralismi, mentre scorrono le immagini notturne di una Las Vegas che la troupe non ha mai visto. Pare chiaro sin da subito che i vari night club sono tutti romani e che il film, secondo la buona tradizione dei mondo movies, suona falso come una moneta contraffatta. Si tratta quindi di un finto reportage erotico che Mattei ricostruisce vagando per i vari locali della capitale. D’Amato si occupa soltanto di girare le parti di raccordo con Laura Gemser. Il film è stato tagliato abbondantemente dalla censura e Massaccesi lo ha dovuto rattoppare alla meglio con nuovo materiale per garantirne l’uscita. Porno Holocaust è un hard-horror scritto dal duo D’Amato-Montefiori e diretto dal solo D’Amato a Santo Domingo, ma ha dato una mano alla regia anche Bruno Mattei. D’Amato firma la sceneggiatura come Tom Salina e il montaggio è di Ornella Micheli. Da citare anche le belle musiche esotiche di Nico Fidenco. Interpreti: George Eastman (dott. Lemoir), Dirce Funari (Simone Keller), Annj Goren (la Contessa), Mark Shanon (il Tenente) e Lucia Ramirez (Annie). Dirty love è un Flashdance erotico, diretto da D’Amato, con poche varianti. Pochi mesi dopo Massaccesi sente pure il bisogno di un Dirty love 2 che però affida a Bruno Mattei (Michael Gardoso), anche se pure lui dietro le quinte qualcosa fa. Gli attori principali sono Josie Bisset, Peter Mark e Gabriella Foro”.

end gameDavide Ferrario ha conosciuto Massaccesi durante la realizzazione del film “ Guardami”. La pellicola racconta la storia di una pornostar che si ritrova ad affrontare una feroce malattia. Per poter descrivere, questo mondo, il regista ha frequentato i set a luci rosse per sei mesi. Tra l’altro Joe D’Amato avrebbe dovuto interpretare il ruolo di un regista porno, però egli morirà alcuni giorni prima delle riprese. Quel personaggio, ispirato alla figura di Massaccesi, è stato interpretato dal regista Antonello Grimaldi.

“ Joe D’Amato non era contento di fare il porno. Lui doveva fare il film con me, “Guardami”, poi è morto prima delle riprese… lui faceva il cinema davvero, anche quando faceva i film western, o le pellicole sui gladiatori, non era nemmeno contento di farli. Aristide avrebbe voluto far l’autore, perché era tecnicamente bravo, aveva delle idee… poi si è accontentato ed è rimasto li. A forza di accontentarsi è finito a fare il porno. Infatti, lui, nella mia idea del film, un po’ è rimasta nella figura interpretata da Grimaldi di questo regista triste, insoddisfatto … una volta c’era il cinema, ora mi tocca fare questo … Aristide era interessante come personaggio, era uno su cui costruire una storia, perché lui era più bravo dei film che faceva. Lui era cosciente di fare film di serie B.”

Roger Fratter ha diretto Joe D’Amato nel documentario “Joe D’Amato totally uncut”, realizzato con i fondatori di “Nocturno”, Davide Pulici e Manlio Gomarasca. Roger mi ha raccontato le impressioni di quella giornata e gli ho chiesto quanto il lavoro di D’Amato abbia influito nelle nuove generazioni di registi.

“Ricordo una bellissima giornata passata con una persona spontanea e simpatica che non si prendeva troppo sul serio. Non so cosa abbia lasciato alle nuove generazioni … A me personalmente ha insegnato l’arte di arrangiarsi… sfruttare al massimo i pochi mezzi a disposizione per cercare di fare buoni film.”

Il compositore Fabrizio Fornaci ha musicato, circa una ventina di film di Joe D’Amato. Mi ha raccontato del rapporto lavorativo con il regista.eroi all'inferno damato

“Ho sempre avuto una simpatia particolare per Aristide. Era una persona molto piacevole. L’ho conosciuto nel 1993, avevo composto le musiche de “ I racconti della camera rossa”, insieme con Piero Montanari che aveva già fatto delle cose con Massaccesi. Da quel momento è partita la nostra collaborazione e abbiamo fatto circa una ventina di film. Era periodo in cui lui si era dedicato al genere erotico e porno. Feci, tra le tante cose, le musiche di “Tharzan” con Rocco Siffredi. Era una persona molto simpatica, aveva quel sarcasmo e quella ironia romana che lo contraddistingueva. Se si presentavano situazioni, problematiche, non era il tipo che si perdeva d’animo, non perdeva mai il suo spirito umoristico. E’ stata una delle poche persone, professionalmente parlando, che mi manca. Era un grande professionista, veniva da una famiglia di cinematografari. Mi raccontava che fin da piccolo frequentava l’ambiente cinematografico … all’epoca facevamo i film in costume, erano pellicole ambientate nel settecento, o nella Chicago malavitosa degli anni 30 e quindi le musiche dovevano rispecchiare le atmosfere del periodo. Era un rapporto molto diretto, lui dava delle indicazioni, però lasciava libertà al musicista per quanto riguarda la scelta dei temi. Io al montaggio ero sempre presente, con la montatrice (Rosanna Landi, fonte Fratter), Aristide e Piero … all’epoca non c’era il montaggio digitale, quindi la pellicola veniva riversata su un nastro magnetico e montata in moviola. Era un lavoro frenetico, si lavorava in catena di montaggio. Fai conto che Aristide girava quattro – cinque film in poco tempo, tornava col materiale da montare e quindi capitava che si lavorasse su più film contemporaneamente. Solitamente venivano delle pellicole porno venivano ricavate due versioni: la versione hard e quella cable. Quest’ultima la vendevano alle tv satellitari. Per realizzare questa versione, veniva ripassato il nastro sul RVM, venivano ingrandite le immagini e tagliate le parti esplicite. Tra l’altro era uno dei pochi nel porno che girava ancora in pellicola. Negli ultimi anni, esigenze economiche lo costrinsero a usare il digitale … Aristide faceva questi film con la mano sinistra. Si è ritrovato a fare il porno perché, la sua società di produzione, non navigava in buone acque”.

il piacere Concludo, con il ricordo del produttore Gianni Paolucci.

“E’ difficile esprimere un ricordo del regista Joe D’Amato senza inevitabilmente legarlo all’uomo Aristide Massaccesi, vede, quello che molti non hanno saputo cogliere nel regista é la strettissima affinità con l’uomo. Infatti, Aristide stava a Joe come Joe stava ad Aristide e non c’era possibilità alcuna che i due si scindessero. Per chi ha avuto il piacere di conoscere entrambi sa’ bene quanto il regista risentisse del modo di essere eccentrico, gigione, quasi bohemien dell’uomo, nelle sue regie vi era tutto il suo essere ed, infatti, nei suoi film non mancavano mai l’inventiva e il sottile humor che erano elementi, propri, di Aristide”.

                                                                                                                                                                                                                                                                             Tiziano Rapanà

Il curioso del cinema: Se il mondo intorno crepa

se il mondo intorno crepa
Il curioso del cinema ha incontrato Stefano Jacurti, un artista innamorato del mondo western. Ha dedicato al genere libri, spettacoli teatrali e quant’altro. Insieme con Emiliano Ferrera ha diretto il mediometraggio “Se il mondo intorno crepa”. Nonostante sia ambientato nel selvaggio west, la pellicola è un racconto sociale che affronta l’attualità più cruda e nefasta.

Questo western guarda più ai classici fordiani, alle nostre iconoclastie sanguinolente o, forse, all’ultimo ventennio americano segnato da registi come Costner, Eastwood e Raimi?

Questo western può essere molte cose secondo me… c’è una parte del lavoro dedicata al western italiano, come Bill Carson, un personaggio del mio lavoro chiamato in modo emblematico, ma il resto della storia secondo me non è uno spaghetti western, bensì un western, seppur girato da italiani. Ci tenevo che i grandi spazi del western fossero esaltati nelle immagini, anche se, i nodi vengono al pettine dentro un saloon abbandonato di una città fantasma.

Dov’è stato girato il film?

 E’ stato girato tra l’Abruzzo e l’Almeria. Tra l’altro una curiosità di “Se il mondo intorno crepa”, è proprio questa: è uno deijacurti pochi western che unisce queste due location nello stesso film. Solitamente i western italiani venivano girati in Almeria, oppure venivano ambientati tra le distese abruzzesi. Noi, invece, abbiamo deciso di sfruttarle entrambe.

Su YouTube, sono presenti alcuni video che, mostrano il certosino lavoro fatto nel costruire le varie scenografie …

Gli interni li abbiamo girati al “Ranch del cavallo selvaggio”, vicino a Latina. Abbiamo dovuto trasformarlo in un ranch tipico dell’ottocento coprendo, togliendo o nascondendo, tutto quello che era in stile“America on the road” di oggi. E’ stato un lavoro molto attento, abbiamo cercato di anticare al massimo il tutto. Poi ci sono altri interni girati all’interno del “Red Indian Saloon”, locale County nei pressi di Fiumicino.

La colonna sonora della pellicola guarda alle sonorità country dell’America più tradizionale. I film di Sergio Leone insegnano che in una pellicola, il commento musicale è fondamentale. Com’è stato il tuo rapporto con l’autore delle musiche?

jacurti 2La musica in un film è essenziale. Era importante in questo western lasciare delle atmosfere particolari. Sono andato nel covo del grande Klaus Veri, autore del soundtrack, per parlare delle atmosfere che volevo … Io ed Emiliano siamo soddisfatti di lui. Non sì è risparmiato, ha circondato questo western di pathos e sottolineature forti, rappresentative. Con Fabrizio Sartini, autore dei brani country è stato ugualmente un grande incontro … un uomo, un mito …

Per un mediometraggio, le difficoltà di distribuzione sono maggiori rispetto ad un lungometraggio. Come sarà diffusa la pellicola?

Le difficoltà secondo me ci sono sempre, al di là del formato, ma certo il mediometraggio è un taglio particolare, però è servito a raccontare la mia storia. Prima mi dedicherò ai festival, poi vedremo. E’ chiaro, noi non abbiamo girato questo western per farlo vedere al vicino di casa. Cercherò una distribuzione, una vendita abbinata con i miei libri western. Colgo l’occasione per ringraziare voi di “A ciascuno il suo”. Alla prossima!

                                                                                                                                                                                                                                                                                     Tiziano Rapanà

Il curioso del cinema: Davide Ferrario

la_luna_su_torinoIl curioso del cinema ha incontrato Davide Ferrario. Regista di lungo corso, Ferrario è un autore indomito alle costrizioni. Indipendente per vocazione e sperimentalista convinto, egli è sempre alla ricerca di nuove forme d’espressione. E’ stato un colloquio illuminante, dove abbiamo parlato, tra le altre cose, della sua ultima fatica cinematografica: “La luna su Torino”.

Mi racconti questo suo progetto.

E’ un piccolo film, nato con la voglia di fare un esercizio sulla leggerezza, per provare a raccontare i tempi che viviamo non usando una chiave drammatica o sociologica, ma usando quella dell’apologo morale. Credo si apparenti a una linea del mio cinema, che fa riferimento a “Dopo mezzanotte”.

E’ un’opera totalmente diversa dalle tematiche di “Guardami”.

Ho sempre fatto dei film molto diversi tra loro. Penso che ogni storia abbia un suo modo per essere raccontata, che chiede un certo stile e atmosfera. Nella vita, credo, tutti noi alterniamo momenti di allegria a situazioni “più profonde”. La stessa cosa accade nel cinema, una volta faccio un film sulla malattia e sulla pornografia come “Guardami”, un’altra volta lavoro in carcere, (“Tuguardamitta colpa di Giuda” nda), un’altra ancora realizzo una commedia. Ogni film è un capitolo a se stante.

Questa curiosità che la spinge a trattare temi differenti, in un modo diverso, da dove nasce?

Non ho mai pensato di fare il regista. Ho incominciato, da giovane, a occuparmi di cinema. Allestivo i cineforum, facevo il distributore e l’esercente. Fare il cinema, poiché creativo è arrivato molto tardi, subito dopo i trent’anni, avevo bisogno di farlo e avevo qualcosa da dire. Se non ci sono queste due condizioni, posso fare anche altro. La mia idea di cinema non è legata a una carriera seguita da una progressione di film. Restando, magari, attento alle attese del pubblico che, vista una cosa ne vorrebbe un’altra simile. Io mi sento un intellettuale che si dispone nei confronti del suo tempo, per dire qualcosa.

Tra l’altro, lei dimostra di avere una curiosità cinefila apertissima che, spazia da Fassbinder a Joe D’Amato.

Il cinema è affascinante perché è enorme, e non è abbracciabile in un’unica composizione. Io alterno il documentario, con il cinema di finzione perché, per me, il cinema è cinema a prescindere da queste due definizioni. C’è sempre un pezzo di finzione nel documentario, c’è sempre un pezzo di documentario nella finzione. Uno è attento a quello che accade, curiosa, ma questo non vuol dire che ti va bene tutto … io ad esempio sono un fiero oppositore della rivalutazione del cinema di serie B. E’ giusto rileggere un certo cinema dal punto di vista storico, perché c’era un senso per fare quelle pellicole. Ci rivelano molte cose del tempo in cui sono state fatte, pero, penso ci sia una bella differenza tra chi faceva i film come professione, in modo tale da riuscire a portare in casa la pagnotta, e l’intellettuale che cercava di fare un discorso sul mondo intorno a lui.

tutta-colpa-giudaConcludendo, si può definire il suo percorso filmico votato ad una compiuta autarchia …

Io ho cominciato, appunto facendo il distributore. Mi sono reso conto fin da subito, che è molto difficile distribuire una pellicola. Avevo venticinque anni e avevo comprato i film di Fassbinder e di Wenders per l’Italia e con i miei compagni ci ponevamo il problema di come riuscire a entrare in un mercato. I film erano belli, eravamo convinti che ci fosse un pubblico interessato a questi prodotti, però esisteva il problema della promozione e diffusione degli stessi. Io da sempre tengo molto presente questo fattore: io voglio fare dei film che mi piacciono, però al tempo stesso voglio che queste pellicole siano diffuse, che siano viste da un pubblico. Negli ultimi quindici anni i film me li produco da solo, ed è capitato che siano stati distribuiti, da Medusa, 01 distribution, Warner, quando va bene. L’ultimo no, ed infatti ha avuto una piccola distribuzione. A essere indipendenti, fino in fondo, succede questo.

                                                                                                                                                                                                                                                                             Tiziano Rapanà

Prossimamente su questi schermi: Alienween

alienweenPer la prima volta mi occupo di un progetto in divenire. Si tratta di un film fantahorror prodotto da Alex Visani diretto da Federico Sfascia, che ho voluto intervistare. In verità mi sono sforzato di capire cosa sia lo slime e, soprattutto, mi piacerebbe conoscere questi “melt movies”. Il regista, nonostante mi parli di cose ignote, è una persona molto simpatica e spero che il suo prodotto possa avere tanto successo.

Cosa ci puoi raccontare di Alienween?

ALIENWEEN è un progetto nato da un soggetto che Alex Visani mi ha proposto qualche mese fa. L’idea mi ha colpito e l’ho trovata nelle mie corde, per cui dopo aver metabolizzato la storia, l’ho rielaborata in una sceneggiatura. Sembra una commedia all’interno di un film horror raccontato con melodrammi degni di Kenshiro e Candy Candy … insomma… ho fatto un casino, però Alex sembra sapere quello che fa e, finché, è contento il sommo produttore, io posso compiere quanti scempi voglio.

Quali sono i principi ispiratori alla base della pellicola?

Sicuramente forti sono le influenze di un certo cinema fantastico degli anni 80. Non si vuole puntare su un effetto “nostalgia”.Però se parliamo di riferimenti, l’immaginario sarà quello sia per la resa “visiva” del film che per le tematiche trattate: Alieni, festa di Halloween, ragazzi sbandati alla ricerca della trasgressione che troveranno la giusta e moralizzante morte e, soprattutto,alienween 2 lo slime. Inteso come liquame colorato e, a suo modo, disgustoso che la farà da padrone nell’intero film. Alex vuole che Alienween non sia un semplice omaggio ai “melt movies” degli anni 80 (“the incredible melting man”, “slime city” , “Horror in bowery street” ecc…) ma un vero e proprio revival del sottogenere. E vuole che sia il “melt movie” per eccellenza, per quantità di liquami che verranno profusi, prodotti ed espulsi dai corpi martoriati dei suoi protagonisti. Insomma la regola imposta dal sommo produttore è “affoga tutto e tutti nel liquame”. Ed io ubbidisco. Che devo fa? Tanto per i cadaveri degli attori, mi ha detto che ci penserà lui!

Come vi siete preparati ad affrontare una storia sugli extraterrestri? Quali ricerche, studi avete effettuato per riuscire ad addentrarvi meglio nel mondo misterioso degli alieni?

In realtà la nostra “visione” degli alieni è molto fumettistica e, non per ripetermi, legata a un immaginario molto anni ’80. Un’invasione sanguinaria e goliardica al tempo stesso. Gli alieni di ALIENWEEN saranno creature minacciose e limacciose frutto di un background legato ad un cinema di intrattenimento che strizza l’occhio anche ai classici invasori degli anni ’50. Ci sarà da divertirsi.

A settembralienween 3e iniziano le riprese, come saranno organizzate? Dove sarà girato e in quanto tempo verrà girato il film?

Il film sarà girato in 15 giorni, in Umbria e sarà per l’80% ambientato in un’unica location. Una casa, isolata nella campagna, dove i protagonisti del film si troveranno intrappolati a dover fronteggiare la più bizzarra e “limacciosa” invasione aliena della storia. Alienween è un film che può definirsi corale, dove ogni attore/personaggio ha il suo sviluppo e la sua storia con una importanza piuttosto centrale. Al di fuori dei quindici giorni di riprese ci saranno alcune giornate, in troupe ridotta, da dedicare ad alcuni effetti speciali particolarmente complessi. Siamo fiduciosi di terminare le riprese nei tempi previsti e poi passare al montaggio e alla post-produzione, in modo da dar luce al nostro “figlio” malsano entro la fine del 2014.

                                                                                                                                                                                                                                                                      Tiziano Rapanà

Multum… viva vox facit: La perfezionista raccontata da Cesare Lanza

Nell’accostarci, quasi in punta di piedi, con il timore reverenziale che non può non esserci quando parliamo di uno straordinario maestro del giornalismo, un brivido s’irradia dall’interno della nostra anima. Inondandoci di sensazioni calde e fredde, dolci e amare, valicando il confine dei nostri comuni sensi. Non possiamo non sentire  il sogno che diventa reale e, la realtà si fonde nel chiaro scuro dell’onirico. Non esagero, se sto parlando di Cesare Lanza, che ha descritto per noi  la genesi del suo film “La Perfezionista”. Un’opera difficile, che affronta l’attualità più scottante. La pellicola parla, infatti, dell’eutanasia. Un tema sussurrato sottovoce, nella fragile intimità di una coppia dilaniata dalla malattia. Quello che state per leggere è il ragguaglio integrale, senza tagli né censure.

la perfezionista lanzaDa molto tempo desideravo fare un film, per varie ragioni. Il primo, ovviamente, è una passione fortissima per il cinema: ricordo ancora come, al liceo, con i miei compagni discutevamo fino alle ore piccole i film di Fellini e Antonioni, in particolare quelle della Novelle Vague. Per sorridere, posso anche dire che sprofondavamo in paludose sottigliezze su ciò che avesse voluto dire Alain Resnais in “Hiroshima mon amour”, solo dopo qualche lustro mi sono reso conto che non avevamo capito niente. Un’altra confidenza è che tutti i progetti che mi venivano in mente erano strettamente legati al mio istinto giornalistico, al mio temperamento legato quasi morbosamente all’attualità. Sfiorai una grande opportunità quando Salvatore Samperi si innamorò del mio romanzo ”Nenè” e volle portarlo nel cinema. All’epoca Salvatore era il giovane di maggior successo nel settore, “Malizia” e “Peccato veniale” avevano raccolto incassi favolosi. Così, ebbi un paio di proposte di firmare come regista progetti successivi a “Nenè”. Purtroppo, quando il film uscì, si rivelò un’opera incompiuta: non abbastanza erotico per attirare folle di spettatori, non abbastanza poetico e pudico da diventare un cult. Alcuni critici,nei dizionari del cinema, lo considerano il miglior film di Samperi. I produttori invece si dileguarono con la stessa rapidità con cui erano venuti a bussare alla mia porta.
Cesare_Lanza3 Eravamo a metà degli anni ’70. Avevo diretto e continuai a dirigere alcuni giornali, poi fui accolto dalla Rai e da Mediaset con esagerata euforia per programmi di intrattenimento, ho buttato undici anni della mia vita per i pomeriggi domenicali delle due emittenti, riscuotendo buoni risultati di ascolto, crudeli commenti dei critici (per me i critici togati sono quelli che capiscono le cose, sempre, il giorno dopo). Le esperienze più interessanti furono a Sanremo per tre Festival, due di Bonolis e uno di Antonella Clerici, vincenti al di là di ogni aspettativa. Ed eccoci al 2007, in quell’anno non riusciì a trattenere la mia passione progettuale per un film. Legato, naturalmente, all’attualità. Nel mio caso, al complesso dramma dell’eutanasia. Trovai in Lucio Presta il partner ideale per i finanziamenti, investimmo a metà, col proposito di non ricevere pressioni o indirizzi di alcun genere. Imprenditorialmente, fu una goliardata dilettantesca. Non ci mettemmo d’accordo in precedenza con un’adeguata casa di distribuzione, solo alla fine mi venne in soccorso la Moviemax , per una forma di riguardo e attenzione verso di me: la distribuzione fu orribile, in orari e locali irraggiungibili, senza alcuna pubblicità. Scottante delusione! Per fortuna, Mediaset per i buoni uffici di Presta e per un minimo di considerazione per il mio lavoro, acquistò i diritti e così riuscimmo a evitare il tracollo economico. La mia soddisfazione è che ancora oggi, dopo sette anni, il film mi è richiesto da cineclub, associazioni culturali, eccetera: ho ricevuto tanti premi e riconoscimenti, ma sono stato tenuto alla larga dai grandi Festival.Quanto al contenuto, volevo semplicemente raccontare il diritto di ogni cittadino di decidere la propria morte. Già veniamo al mondo non certo per nostra volontà, possiamo almeno decidere di congedarci, in caso di estrema disperazione o di impossibilità di continuare a vivere in una condizione dignitosa, e con qualche speranza per il futuro? Il racconto non è triste, la storia d’amore tra i due protagonisti cesare lanzami sembra, a distanza di anni, descritta con delicatezza. Il messaggio che volevo lanciare è quello in cui credo con assoluta determinazione, il valore per me più importante: la libertà di mente, l’indispensabilità di vivere senza soggezione e senza timori, senza appartenenze che ci obblighino a dipendenze, siano religiose o di qualsiasi lobby o potere. Aurora Mascheretti, giovanissima attrice di teatro, è stata una straordinaria protagonista: se nel cinema ci fosse spazio per il talento, oggi sarebbe una star famosa e affermata. Mi sembra purtroppo che prevalgano invece le pedate nel sedere, le escort sostenute dal mondo politico e quant’altro. Quasi tutti gli attori sono debuttanti, con qualche eccezione: il protagonista maschile Rinaldo Rocco, la mia amica Stefania Spugnini, Sandra Milo che mi ha regalato un cameo, il bravissimo Federico Pacifici, (uno che non ha sfondato solo perché ha un pessimo caratteraccio), Luigi Grilli. Il film non è triste, ma parla anche di morte ed esprime il mio pessimismo totale: la vita è un non senso. Se avessi puntato a una carriera cinematografica senile, avrei scelto e scritto un soggetto da amara commedia all’italiana. Al pubblico piace ridere, la mia storia – ripeto – non è triste, ma il finale lascia senza fiato (“Mi lasci dieci minuti per riprendermi”, mi ha detto una spettatrice di una certa età alla fine del film). Al pubblico piace sorridere o ridere. Io vorrei riuscirci senza pernacchie e senza parolacce, e se dovessi mostrare tette e culi ci sarà sicuramente una giustificazione. Insomma, volevo dire che forse ci proverò ancora. Il titolo c’è, “L’allacciatore di scarpe”, la storia della commedia ve la racconterò un’altra volta.

                                                                                                                                                                                                                                                                         Cesare Lanza

IN GRAZIA DI DIO DI EDOARDO WINSPEARE

 

Negli ultimi anni tutti parlano di crisi e la mia impressione è che non tutti lo facciano per un reale interesse nei confronti di chi la soffre, ma perchè alcuni argomenti, in un certo periodo, diventano “di moda”. Guardando In Grazia di Dio ho avuto immediatamente un’impressione diversa. Pur non avendo mai visto nulla di Edoardo Winspeare, già dopo venti minuti dall’inizio del film sentivo che il regista era in graziaempatia con il contesto descritto. In Grazia di Dio racconta la storia di una famiglia del basso Salento che, a causa della crisi economica, è costretta a chiudere la propria sartoria ed a vendere casa per andare a vivere in campagna, dedicandosi alla coltivazione della terra. Le quattro protagoniste devono abbandonare molte delle cose a cui sono legate. Per loro, il trasferimento in campagna – non voluto – è sinonimo di fallimento sociale e decadenza. I rapporti parentali ne sono totalmente condizionati, in senso negativo. Solo la nonna, la figura più anziana del film, riesce a mantenere un certo contegno. Ma dopo un primo periodo di disagio, la campagna ed i nuovi ritmi che questa impone diventano un modo per riscoprire se stessi ed il rapporto con l’altro. In Grazia di Dio è un film profondamente realistico. Chi conosce il Salento “umile” se ne accorge subito. Non ci sono personaggi “perfetti”. Dall’inizio alla fine viene parlato esclusivamente il dialetto salentino, con sottotitoli in italiano. Mancano grandi attori nel senso classico del termine, ed il tutto è stato realizzato con un budget molto basso. Ma si tratta di un’opera riuscita benissimo. Guardando questo film si ha l’impressione di conoscere personalmente protagonisti e comparse del film, perchè sono stereotipi di persone che caratterizzano qualsiasi piccolo paese del Salento. Le due grazia1ore del film scorrono velocemente; la fotografia è così bella al punto che molti dei fotogrammi del film potrebbero essere dei quadri. Ci sono degli spezzoni che avrebbero un grande valore anche se fossero presi singolarmente.


Winspeare non scade nella banalità raccontando un contesto così difficile. Per due motivi. Innanzitutto, il film non ha come scopo aprioristico quello di commuovere, non c’è un tentativo continuo di fare leva sulle emozioni dello spettatore per farlo piangere banalmente. Viene descritta la realtà, che a volte è tragica, altre volte commuove, infastidisce, entusiasma o diverte. Secondo: non c’è il lieto fine. C’è molto di più. La realtà non è idilliaca come a volte il cinema vuole farci credere. I protagonisti del film sono costretti a “tagliare” alcune delle proprie altezze, ad abbandonare alcuni dei loro desideri. Questo non vuol dire fallire, ma rinascere. In effetti questo non è soltanto un film sulla crisi: la difficoltà economica viene usata come un pretesto per lanciare un messaggio molto più ampio. In Grazia di Dio riempie di fiducia, perchè dimostra che uno dei modi possibili per avvicinarsi alla serenità è quello di ridimensionare se stessi, facendo un passo indietro rispetto a delle illusioni che spesso vengono percepite come bisogni fondamentali.

Gabriele Cavalera